Ho il cappottino e il rossetto rossorosso, la frangetta appena tagliata è una tendina perfetta e uniforme. Mezzanotte in cattedrale, ridacchio per le teste che ciondolano di sonno e quelli che fingono di stropicciarsi gli occhi pur di poterli tenere chiusi qualche secondo, sono qui per accompagnare una sorella che ci tiene, a me non dispiace ma ogni anno mi sento più scettica e meno coinvolta. Comunque non mi costa niente. E CON IL TUO SPIRITO pronunciato un po’ più forte di tutte le altre formule, con una chiarissima intonazione di sollievo, un altro paio di amen e siamo fuori, chi pisolava si sveglia, via tutti, e in piazza una grandinata di baci sulle guance e di auguri in serie. Un giretto nella folla, schivo un paio di scheletri nell’armadio (durante le feste gli scheletri escono a prendere aria), torniamo a casa.

Mi svegliano per aprire i regali, ché qua se non ci siamo tutti, non si può cominciare. Ho sognato un numero, devo ricordarmi di giocarmelo. Regali, tre-quattro, utili. Ammucchio tutto sulla valigia aperta, domani pomeriggio devo ripartire e portarmi un botto di roba. Riaprirò acqua luce gas e fastweb per richiuderli tre giorni dopo. Sarò sola.

Il caldo della stufa, il pigiama di pile, le luci dell’albero di là e dell’alberello di qua, i film di Natale pomeriggio, i lupini, i mandarini, i fichi secchi, le bozze di Toilet da correggere, papà e mamma, il tè, il dolce. Non ho risposto a mezzo essemmesse. Mi sono pesata, così, per caso. Sono uno schiaffo alla miseria. Un po’ smadonno, ma non mi tocca poi tanto. Peso, dunque esisto. Tengo fede al mio giunonico soprannome.

Non l’ho sentito arrivare, ‘sto Natale, e quindi mi pare che sia finito troppo presto.

Sono pensierosa e insonne. Inquieta ma non triste. Prima di dormire mi guardo nel letto almeno due episodi di Grey’s. Poi spengo il pc e la luce, e resto una mezz’oretta a pensare, a quello che faccio, a quello che ho, a quello che non ho più, a quello che avrò.

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