Uscire presto a far la spesa con mamma sabato mattina e comprare sette tulipani rossi alla bancarella, anche se si rovinano presto, anche se sono già quasi aperti e si rovinano ancora prima. I tulipani rossi solo perché li voglio io. E metterli nel vaso con le mimose dell’albero qua fuori, che è già fiorito.

Comprarmi Dylan Dog di Febbraio.

Nel solo pomeriggio di venerdì condensare tutto il necessariamentedafarsi, per levarsi il pensiero. Tornata all’una da Roma, in sequenza non stop: banca, pranzo, lavaggio piatti, dentista, parrucchiera per taglio frangetta [più corta del solito, più Bettie Page del solito], con la faccia ancora anestetizzata per metà, estetista [laddove si scopre che tre sono gli specchi da evitare per la loro rinomata mancanza di misericordia: specchietto dell’auto, specchio di camerino, specchio di ascensore], medico.

Infilarci in mezzo L., che è tornata questo weekend solo per me. Perché tornavo io. Raccontarci le cose nella sala d’aspetto del medico e ridere.

Aiuto mamma sabato pomeriggio a farcire e arrotolare quaranta cannelloni, metà con ricotta e spinaci, metà con ricotta e prosciutto. Mangio mezzo chilo di farcitura a pizzichi per sostentarmi nell’operazione. Quando passa mia sorella, simulo gesto rollante e leccata di cartina con un cannellone in mano, mentre mamma non guarda. Lei mi guarda bruttissimo, io sogghigno.

Mentre in caffetteria beviamo uno Zibibbo, Z. si presenta con consorte e sacchetto per me, e io so già cosa c’è dentro. L’ha progettato costruito e rifinito apposta per me, perché non sa stare con le mani in mano e il suo cervelletto ingegnoso scalpita. Un leggìo.


Il leggìo della traduttrice, che deve poter tenere il libro aperto accanto al monitor per ridurre al minimo il movimento oculare dal testo sorgente al testo d’arrivo e lavorare nel massimo comfort. Di alluminio, con adesivo recante vignetta di Jun fumettizzata, si apre e si pone sul tavolo, di fianco al monitor, ci si mette sopra il libro e lo si tiene aperto con l’apposita pinza sottostante. Chiuso, occupa pochissimo e volendo contiene anche il libro suddetto. La vite con cui si chiude, una volta aperto serve per regolare l’inclinazione. Non ho parole.

L. cattura la serata con la sua D50 enorme tra le sue manine piccole.


Mi accorgo che non passavo del tempo con I. da tanto tempo e sono contenta che stia con noi stasera. È bella ed è scema e rido e beviamo. Mi faccio fare un quadruccio esaustivo dell’uomo Gemelli, da lei che sta da anni con uno di loro, ed è sorella di uno di loro: pregi, difetti, punti deboli, gusti e idiosincrasie. Mi illudo che la cosa possa servirmi. Mi illudo di saperne di più, su di lui, nell’attesa di saperne davvero.


E poi cena.
L’arrosticino di castrato come panacea di tutti i mali. Pur pasteggiando a Coca cola, l’idiozia si spreca, e io mi sento BENE. Perfettamente bene. Armonia cosmica. Gente, la mia gente intorno. Io sono bella col cappotto e la minigonna. Fa un freddo glaciale. In macchina si propone che uno di noi si dia fuoco sacrificandosi per scaldare gli altri. In centro, in piazza, incontro Jordan. Lo chiamo, mi corre incontro, scodinzola, guaisce impazzito, mi salta sulle cosce, mi si spalma sui piedi, mi si struscia sugli stinchi come un gatto. Poi mi precede abbaiando, il mio araldo, annunciando Udite, udite, fate largo, arriva lei! Sta con me davanti alla caffetteria mentre fumo, mi sbaciucchia un piede ogni tanto, sta con me. L’unico vero uomo della mia vita. Lo abbraccio stretto e me ne frego se puzza, mi rimbecillisco di tenerezza, lo guardo con occhi di puro amore, e lui mi ricambia. Gli altri vanno e vengono, passano, tornano, si allontanano, arrivano. Lui resta.

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