Settimana senza giorno di riposo e lavoro anche domenica causa collega influenzata e infauste strategie di marketing assassine di sacrosanti weekend.

Il tè da offrire al fruitore di tè (e di me) sta nella credenza e sta per fare le farfalle, quelle dei vermiciattoli però, quelle lì bastarde delle credenze.

La tecnologia rema bastardamente contro il fruitore di tè, il quale si ritrova tagliato fuori dal world wide web e parallelamente dall’etere telefonico. Prenderei io un treno se non fosse che non ho un weekend per prenderlo. Silenzio di tomba. Le piantine giovani lasciate senz’acqua ci mettono poco a seccarsi e io temo. Già mi fascio la testa. Vorrà ancora fruire? E se non fruisce? Fruirà?

Se son rose fruiranno.

Mi fa male un occhio e non posso mettere le lenti, e gli occhiali compromettono il mio personaggio frangettoso creando un marasma di personaggi inestricabili definibile come giapposadobettiepagesegretariazitellamaforseunpocopornomanonèdetto.

Il Millelire sotto casa non aveva le grucce che volevo io.

Ho fatto fuori mezzo cacciatorino dal nervoso.

Mi si chiedono racconti a destra e a manca e io – per carità – ce li voglio mandare, ma non ho neanche il tempo di rimettermi lo smalto.

Una volta ho risposto al telefono al cantante degli ODP. Non li conoscevo ancora abbastanza da amarli. Adesso che li amo, non succederà più perché ho cambiato casa.

Il libro in corso di traduzione oramai mi parla meglio dell’ I-ching e mi dice sibillino: “Que vaut la chasteté si vous êtes comme Antoine, l’anachorète au désert?”

(per i non francofoni: “Grazie al cazzo che sei casta: non esci mai e quello che vorresti vive a seicento chilometri”).

Paranoia.

Fastidio.

Pessimismo.

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