Tante cose accadono o fanno finta di accadere.

Un occhiolino non è un invito, uno sguardo non è una dichiarazione di interesse. Solite vaghe dichiarazioni di intenti, e nessuna azione a seguire. Neanche mi lascio incantare più di tanto, assaporo solo il momentaneo piacere della lusinga. Uno sguardo che dura qualche secondo in più, fremo di vanità per un attimo prima di pensare sciò, sei sposato, un altro sguardo fisso negli occhi e un guizzo di rossore prima di pensare occhio, guarda tutte così, un invito per una pizza e un sorriso prima di indagare e rilevare che l’ha chiesto all’intero popolo femminile presente in loco. Tengo la porta a un tipo, prende l’ascensore con me, mi fissa, mi fa l’occhiolino quando scende due piani prima di me, io testa bassa e finta nonchalance riavvolgo le cuffie dell’iPod, accenno un sorriso e penso Apperò, se sei bello. Stai anche due piani sotto i miei piedi. Ma è un attimo, e già non ci penso più.

Chiacchiere e distintivo. Fumo senza arrosti.

Quello che più parrebbe somigliare a un arrosto, continua a latitare adducendo giustificazioni, e io sono sempre più stufa di crederci. Potrei ma non voglio fidarmi di te. Mille occasioni di rimediare alla latitanza, e nessuna colta. Trovi chiamate perse, e non richiami. Messaggi, e non rispondi. Email, e stai in silenzio. E le uniche volte che ti fai vivo è perché mi hai sentito sulla porta di casa lì lì per sbatterla andandomene. Significa che non le vuoi cogliere, le occasioni. Non posso essere paziente e passionale allo stesso tempo. Se sono paziente, vuol dire che qualcosa si è spento. Se sono passionale, vuol dire che mi incazzo, e molto forte.

Ho sognato Lui, quello del passato, quello maiuscolo, e oggi sull’autobus vedo un orecchio, una fronte, un’attaccatura dei capelli proprio come le sue e perdo un battito, mi cade tra i piedi della gente, perdo un battito lì. Non mi sorprendo, oramai quel battito perso, quando lo vedo, quando credo di vederlo, l’ho messo in conto, neanche ci faccio più caso.

Notizie curiose dal fronte del lavoro, e giornate strane. Avvisaglie. Sbaglio turno e mi presento di mattina quando in realtà avevo il pomeriggio, mi faccio una risata e me ne vado via subito pianificando qualcosa da fare nell’attesa delle due del pomeriggio, e allora vado lì che pare che mi si debba parlare, e caricarmi di nuovi incarichi e tanta tanta carta da leggere in tempi strettissimi, e aprirmi qualche spiraglio ancora sottile sottile di prospettive future. Spesso piove. Io sono serena e mi metto la coppola. Guardo le vetrine, adesso le posso guardare, non compro niente, ma le posso guardare, se volessi potrei comprare, e la possibilità mi basta. In realtà non mi serve niente. Mi vesto sempre uguale come Paperino, apro l’armadio e c’è una serie di casacche da marinaio uguali col cappello blu e faccio finta di scegliere, mumble mumble. E poi sempre uguale. I jeans, gli uni o gli altri. Il giubbino di pelle. La sciarpa colorata. La maglia verde, l’una o l’altra.

In una vetrina vedo un cavallo a dondolo antico. Ho un flash di un qualche racconto letto da piccola che parlava di un desideratissimo cavallo a dondolo. Forse una storia di Topolino, perché ricordo delle immagini. Poi sulla metro leggo il romanzo che devo leggere e sbarro gli occhi quando leggo the antique rocking horse. Quante possibilità c’erano?

Domani, torno a casa qualche giorno, a rigenerarmi e ricordarmi da dove vengo, e dove tornerò sempre. Ho sognato anche Jordan, e non vedo l’ora di prenderlo a smanacciate sul muso.

(Capito Cathy? domani torno 😉

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