Deludermi ormai non è più originale, non fa più fico. Avanti, potete fare di meglio. A deludermi sono buoni tutti. Uno dopo l’altro, BAM, BAM, le mie braccia per terra, mi sbuccio le nocche oramai, suvvia, orsù,  smettete di farmi cadere le braccia. E le palle, ad avercele, ma ho ragione di credere di avercele discretamente poderose rispetto a molti uomini incrociati along the way.

Le farfalle nella pancia, in questa primavera precoce, sono state nel baco, sono uscite, hanno vissuto, hanno volato e sono già morte, di fame e di sete. Quelle rimaste, le ho innaffiate di insetticida e ci ho appiccato il fuoco. E vaffanculo.

Sto finendo di leggere una roba bellissima, dopo la quale mi aspetta un altro paio di chili di risme di carta. Ero sulla metro in piedi, spalle al finestrino in fondo al vagone, culo sulla sbarra per tenere l’equilibrio, e leggevo questo romanzo in fogli sciolti, e a un certo punto due che si amano, alla fine del litigio del secolo si apostrofano catarticamente:

“Fucked-up bitch.”
“Fuckin’ sleepy sausage, fuckin’ floppy-dicked fuck.”

Poi ridono e si abbracciano e fanno la pace.

Io là ho sorriso. “Fottuta salsiccia addormentata” è l’insulto del secolo, e poi dopo trecento pagine a questi due oramai ci voglio bene. Ho sorriso, poi ho alzato gli occhi e un ragazzo mi aveva visto sorridere e ha sorriso pure lui.

Stamattina il sole scaldava che sembrava primavera. Ho fatto il giro di quattro stagioni, sono qui da un anno, è ufficiale, quando ho sentito il sole è stato ufficiale.

Dovrei scrivere roba ma non riesco a scrivere, so che soffrirò per questo ancora per qualche giorno accumulando tensione finché non mi metterò di forza davanti al foglio, cartaceo o meno, e in meno di un’ora produrrò un’altra perlina da aggiungere alla collana. Saltare un numero di Toilet mi dispiacerebbe.

Mentre stasera tornavo a casa, mi ha preso per qualche minuto quello stato di estasi e stupore alla American Beauty. Il 211 era senza luce, tutti e tre i neon fuori uso, e io e il resto del popolo ce ne stavamo lì al buio. Io mangiavo il mio spicchio di pizza magna cum soddisfazione, ché tanto la bocca la si trova anche al buio, in preda a un appetito tutta salute che non poteva aspettare di tornare a casa. E già quello stare al buio mi era piaciuto, era dolce. Si stava in silenzio. Passando sul ponte, costeggiando il Verano ho guardato la distesa di lucine sulle tombe e ho pensato Ohh. Superato il Verano ho guardato per aria e c’erano le stelle. Ché non lo so perché ma io qui le stelle non le guardo mai e invece quando vado a casa in abruzzolandia è la prima cosa che faccio, alzare la faccia e guardarle, e mi sembra che solo noi ce le abbiamo, le stelle, e invece stasera ho scoperto che ce le hanno anche qui e allora forse c’è una possibilità di riuscire, prima o poi, a chiamare anche questo posto

casa.

 

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