Solo un rapido aggiornamento, ché pur avendo tecnicamente finito la clausura, in realtà non l’ho ancora finita, perché mi resta uno strascico piuttosto fastidioso e purtuttavia doveroso di lavoro da ultimare sulla traduzioncina appena partorita. Diciamo che il parto è andato, ma ora c’è da tirar fuori la placenta e altre cose parimenti fastidiose, tipo i punti di sutura.

Da questa metafora splatter si evince che non sto tanto bene con la testa, sto impazzendo perché sono sola da giorni, sola in casa, sola in generale, a breve inizierò a parlare da sola, o con i cazzabubboli che abitano casa mia, o con le penne rimaste in padella dal pranzo di oggi, o con Piero il nano


con cui di solito parla Alice, manca poco.

Mi sono unita al club di quelle che si lavano la frangetta. Le colleghe frangettomunite mi capiranno: la frangetta si inzecca molto prima del resto dei capelli, essendo così in prima linea, continuamente lisciata e smanazzata perché stia come deve stare. Quindi si inzecca. Quindi va lavata un giorno sì e uno no. E lavarseli tutti i capelli, quando sono tanti e lunghi, un giorno sì e uno no diventa proprio un rischio per le risorse idriche del pianeta nonché una discreta rottura di palle per il tempo necessario all’asciugatura delle suddette chiome. Quindi giù la testa nel lavandino e lavaggio settoriale di frangetta. Fa ridere, ma oh, funziona.

Il kebabbaro sotto casa a momenti mi chiede la mano. Caruccio, non il mio tipo, ma una lusinga non si rifiuta mai. Di ritorno dal lavoro mi fermo a prendere due pizzette, d’oro, visto il prezzo. Il kebabbaro mi fissa sorridente coi cuoricini negli occhi. Ci indico le pizze. Me le taglia con amore e cura certosina e me le scalda. Si fa coraggio, con un tovagliolino agguanta un felafel, me lo porge con grazia e mi fa:

– Tu sei molto bella ragazza.

– Ehm, grazie. (agguanto famelica il felafel. Questo ha capito come mi deve prendere)

– Tuo fidanzato molto fortunato. (furbastro che fa la domanda a trabocchetto)

– *sgrunt* Niente fidanzato.

– Allora forse molto fortunato io. – (uellà, c’ha le idee chiare questo) – Un caffè qualche volta?

– Ci penso su.

– Abiti qua vicino? (come faccio a negare? Due pizzette da portare via e me le son fatte scaldare, significa che conto di mangiarle tra due minuti. Cazzo.)

– Più o meno.

– Io sono Khaled.

– Silvia.

(due minuti di stretta di mano)

– Ok quant’è?

Ravano nella borsa alla ricerca di cinquanta centesimi mancanti e lui subito coglie la palla al balzo:

– Lascia stare, così devi tornare a riportarli.

– Toh li ho trovati! Ma tanto torno, eh, non ti preoccupare. (ogniqualvolta non mi andrà di cucinare)

– Ciao. (occhio a cuoricino)

– Ciao. (sorrisetto lusingato)

 

Sono passata alla visione di Oz. Claustrofobico serial ambientato in una prigione. Dentro c’è mezzo cast di Lost e una quantità di omini neri gnudi che lo renderebbero di default il mio serial preferito se non fosse che finora, pur essendo godibile, è parecchio angoscioso e mi stimola il turpiloquio. Sono un cazzo di camaleonte, e assorbo presto i linguaggi a cui sono esposta, ivi compreso quindi il colorito favellare di un mucchio di galeotti. Bene. Dovrò starci attenta quando mi telefona mamma.

 

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