Habemus coinquilinam. Anni ventidue, rossa, ciociara, bellissima presenza, accademia della moda. Ha traslocato ieri sera, lei e tutte le sue cosine per disegnare, e la mia parentesi solitaria si conclude qui. Si è riempita la stanza, si è riempito il frigo, e adesso non fumo più da sola sul balcone.

Fa caldo. Io mi oppongo al diktat di dover uscire per forza di casa perché “è un peccato, guarda che bella giornata!”. Mi oppongo. Non vedo perché forzarmi anche se non ho voglia solo perché c’è il sole. Lo vedo anche dalla finestra, il sole. In più, ho solo roba invernale nell’armadio e la mezza stagione mi mette in crisi. In più, ho un inizio di agorafobia. In più, ho voglia di dormire. Un letargo posticipato. Fortuna che anche il margheritoforo è tendenzialmente bradipo. Lunghe dormite, grattini e film lasciati a metà. È alto e ha le gambe belle. Mi piace alzarmi sulle punte per baciare. Non posso dire niente per più di qualche secondo perché lui si incanta a guardarmi e perde il filo. Ha la faccia da elfo. Gli occhi mandorliformi, neri, e il naso all’insù. Mancano le orecchie a punta.

In ogni caso, la prognosi è ancora riservata. Sono stranamente cauta, ed ermetica, continuo a vederlo con estremo piacere ma non mi sbilancio. Va bene così. We have all the time in the world.

Da metà aprile finisce il lavoro come Jun Malaussène, e mi resta l’altro a ticchettare tasti di centralino, più tranquillo, più ripetitivo. E visto che ora quel lavoro finisce adesso lo posso dire, che era alla Fia* di viale Manzon*. Ad accogliere gente e gironzolare da un venditore all’altro con la felpina d’ordinanza di Lap*. Quando ho cominciato quel lavoro tornavo a casa con le mani tremanti di nervi accumulati di gente scortese. Ora che ci avevo fatto il callo, mi piaceva. Mi ero affezionata al popolo residente. Ai pensionati al pascolo la domenica mattina. Alle famigliole che portano i pupi in concessionaria invece che a giocare a villa borghese. Alle colleghe. E invece ciccia. Fine. I miei weekend tornano ad essere liberi, il mio lavoro, sedentario.

Mi si offrono litri di caffè. Non so cos’ha la gente, se è la primavera, se ho l’aria di averne bisogno, non lo so, ma sono qui al lavoro, e mi offrono i caffè. Passa l’omino dei distributori, e quando va via mi lascia il caffè. Passa l’omino dei computer, apre la porta e mi lascia il caffè. Idem per il corriere, il collega di questo o quell’altro ufficio. Quando esco da qui ho i tic nervosi da overdose da caffeina. Ogni tanto qualcuno per fortuna svaria, e mi lascia un cioccolatino.

Ho sognato Jordan, il mio Jordan, lo abbracciavo forte e lo difendevo da non so chi che voleva fargli del male. Tra pochi giorni torno a casa dopo tanto tempo e la prima cosa che voglio è spezzargli tutti gli ossicini a forza di abbracciarlo. Perché io ho la tenerezza violenta, io se vedo un gattino inizio a sibilare tra i denti che “adesso ti stacco la testa a te. Io adesso ti prendo la testa tra due dita e TRAC te la giro di centottanta gradi a te!”. E poi ho la tenerezza cannibale. Mordo. Gli animali magari no, che mi restano i peli in bocca, ma che so, i bambini, quelli piccoli, tu vedi un piedino, e cosa ci vuoi fare con un piedino? Cos’altro ci vuoi fare se non masticarlo distrattamente come un chewing gum?

E comunque a proposito di masticare, ho fatto la mia prima crêpe. Era mezzanotte, c’era la luna piena, io ero sola a casa e ho sentito il richiamo atavico di una crêpe con la nutella. Mai fatta una crêpe in vita mia. Ma che sarà mai. Google, cerco le dosi, “quattro uova”, ne ho uno solo, divido tutto per quattro, non ho un bilancino per contare 62,5 grammi di farina, alla fine vado a occhio, non so cosa ne verrà fuori e alla fine ce la faccio.

È perfetta, è tonda, è sottile, non si è appiccicata alla padella, sono riuscita a girarla, riceve la nutella con gratitudine e mitezza, la piego a fazzoletto e me la mangio con immenso orgoglio mentre mia sorella incredula mi dice su messenger “ah perché, tu sei capace di farti una crêpe?”.

Tsk.

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