Sono sveglia dalle cinque e mezza (oggi quota due caffè e un tè offerti). Tornata a casa dal lavoro, MissRossella (ho deciso che sul blog la chiamo così. Lei ha deciso che mi chiama Kikka. Con le kappa. Non chiedetemi perché. Solo lei e dio lo sanno) stava con lo scopettone in mano a lavare tutta casa. Che tesoro. E ieri mi manda il messaggino per sapere cosa voglio per cena. Ché quasi mi dispiace risponderle che niente, che mangio fuori con l’elfo. L’elfo si presenta dopo il lavoro senza esser passato a casa a cambiarsi e quindi è in giacca e cravatta e sembra Marco Berry delle Iene. Quando ci sediamo a tavola al cinese sotto casa a farci felicemente del male al fegato, gli faccio Allora, mi dica di questa polizza…

Stamane quando apro gli occhi nel letto sento ancora tutta la cena intatta nella panza che quasi quasi vorrebbe uscire da dove è entrata. La convinco a fatica a restare e a seguire il normale senso di marcia. Il cinese è un autolesionismo consapevole e godurioso che va concesso solo di tanto in tanto onde non morire di insufficienza epatica fatale e fulminante.

Tornata a casa dal lavoro finisco la valigia. Chiudo acqua, gas, finestre, spengo lo scaldabagno, mi faccio due panini, infilo le cuffie, acchiappo il libro e sono pronta a farmi le tre ore e passa di viaggio in beato solitario ozio ed eventuale sonno, se non che la sorte mi affibbia una delle piaghe d’Egitto insieme alla morte dei primogeniti, le cavallette, le rane e il fiume di sangue: il vicino logorroico. Un soldatino ventiduenne, urbano e beneducato, pieno di noiosissime virtù. Nonostante l’attrezzatura sfoderata (libro, cuffie, testa sul finestrino) suggerisca evidentemente che voglio farmi i cazzacci miei, egli è implacabile. Mi sembra di essere Franz sulla panchina con Ale. Per metà viaggio non riesco a sottrarmi alla conversazione, poi colgo al volo una telefonata che lui riceve per infilarmi subdolamente le cuffie e chiudere tosto gli occhi, reclinare la testa e cedere ad un repentino quanto sospetto sonno. Finché il sonno non sopraggiunge davvero. Mi sveglio due ore dopo ché siamo quasi arrivati e sono in salvo. Mamma m’ha fatto il puré di zucca. Io me lo sentivo. Ne ero sicura. Sono cose belle tornare a casa e trovare il puré di zucca.

E poi scrivere un post col portatile sulle ginocchia, col pigiama di pile, seduta vicino alla stufa.

Finire il post, appoggiare il computer sulla sedia, alzarmi, uscire superando mamma che dorme sulla poltrona senza mai volerlo ammettere (Noo, mi stavo solo riposando gli occhi!) e andare a stritolare Jordan, che l’ho sentito tornare dal suo giro mondano.

Con permesso.

 

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