E insomma.

Le due settimane di attesa sono quasi volate, la mia faccia di cui sotto (no, quella più sotto ancora) si è un po’ rilassata ma mica poi tanto. Il giorno del giudizio si avvicina e io non so neanche cosa mi devo mettere. Ho realizzato però con una certa serenità che non sono più magra. No. Mi ci sono voluti alcuni anni ma oramai non lo posso più negare. È ora di cominciare a comprarsi vestiti adeguati, camicie che non stringano il girovita, scollature che distolgano l’attenzione dalla cintura di Orione deviandola sulle tette che grazie al cielo prosperano in proporzione. Approfitto del limbo per tornarmene a casa un paio di giorni, finire il cambio di stagione itinerante, farmi comprare qualcosina da familiari impietositi dalla mia indigenza, prendere un ultimo respiro prima di tuffarmi nel mio nuovo lavoro prossimo venturo, inizialmente pagato quanto uno stage retribuito, il che mi costringerà a vivere per qualche mese, messo via l’affitto, con la bella somma di sei euro al giorno. Mi sembra il momento giusto per ricordarvi del tasto di PayPal, cari lettori.

Intanto sono stata al lago di Turano, in una sorta di scambio culturale interregionale con l’elfo laziale gentile e premurosissimo e impeccabile e anche un po’ fico coi suoi nuovi Ray Ban e la sua camminata da uomo che non deve chiedere mai che mi accompagna a varcare il confine Lazio-Abruzzo per mangiare persico su un terrazzino vista lago. Di ritorno nella regione Lazio veniamo accolti da una grandinata feroce di fronte alla quale lui non fa una piega e aumenta impassibile la velocità del tergicristallo, io mi rannicchio sulla sua spalla impedendogli di cambiare le marce, immaginando una schiera di rivoltosi incazzati che dall’alto dei cieli ci prende a sassate la macchina. La sera ce ne andiamo a vedere quel film lì che prende il titolo da una canzone di Rino Gaetano, ché io il giorno prima Elio Germano e Luchetti il regista me li sono visti a tre metri dalla faccia, mentre bighellonavo nel pubblico della Dandini, e mi piaceva l’idea di andare il giorno dopo a vedermeli al cinema come se fossero amici miei. Ciao Elio! Dopo ti chiamo, eh! Ti ho visto pure in Sangue, io, sei bravissimissimo, tu, che a tuo fratello fittizio, lì, gli fai una… Sei molto meglio!

E all’uscita dal cinema Barberini ce la prendiamo comoda nel tragitto verso la macchina e poi ci si bacia per strada finché non scegliamo un lampione accomodante e ci appoggiamo lì a dare spettacolo a quelli che si fermano al semaforo in largo di Santa Susanna. Così.

L’equilibrio domestico inizia a prendere forma, finalmente siamo in tre, io sono quella che sta meno a casa e mi sembra a volte di avere due mogli, che fanno la spesa, cucinano, puliscono, mi fanno trovare pronto e io mi sento il marito che torna stanco e si infila le pantofole e avverto il vago senso di colpa per lo squilibrio nei contributi dati al ménage domestico. MissRossella fa vagonate di macedonie e insalate, Alice sbrina il freezer trovandoci dentro spettri sumeri ibernati, tutte e tre scendiamo nottetempo furtive in semipigiama a buttare tre scatoloni di mondezza e differenziata che stavano prendendo il sopravvento e proponevano di contribuire all’affitto. Passo il venerdì sera a fare ad Alice un servizio fotografico, la piantana in una mano ad illuminarle la faccia truccata da dark lady triste, la macchina in un’altra, appoggiata sulla spalla pur di non usare il flash, brutto flash, cattivo flash. Ma un cavalletto quando ce lo compriamo? Girati di là! Alza il mento! Non mi guardare! Smettila di fare le facce! Cambia posizione. Chiudi gli occhi. Aprili. Sposta il braccio. Ma che ore sono? Minchia ma la cena?

E io sono soddisfatta e lei è stata brava e io anche e mi sono divertita così tanto che il giorno dopo e quello dopo ancora non appena vedo una macchina fotografica me ne impadronisco, e chi se ne frega se non ho nozioni di tecnica, e chi se ne frega se non sono Helmut Newton, mi diverto un sacco, e infatti sabato sera rivedo I. insieme ad A., e non la vedevo da quando aveva letto il mio racconto nella cioccolateria di Trastevere, ed è sempre bellissima e luminosa e io non ce la faccio proprio, la devo fotografare, mentre si morde il labbro, mentre sorride, mentre parla, mentre mi guarda e mentre non mi guarda. E poi mi fa anche i grattini. E poi ci scambiamo anche il numero di telefono perché lei in effetti vorrebbe delle foto. Che ve lo dico a fare. Mi invita a nozze.

Comunque è primavera, e io non mi sento ancora pronta. Rivoglio il grigio e le piogge. A oltranza.

 

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