Strano giorno.

Stamattina un ritorno d’autunno. Mi sveglio presto, ma con calma, mi preparo la colazione mezza nuda, lascio intiepidire il latte bollente e intanto mi vesto. Giacca o non giacca? Mi affaccio sul balcone per assaggiare l’aria. Giacca. Esco prima del solito. Per una volta non fumo. Giorni di mal di testa, è colpa loro, vedo di fumarne meno.

Stazione Tiburtina, i marciapiedi che mi interessano sono affollati. I bus tardano. Sono bloccati da qualche parte. Riesco a prenderne uno e anche a sedermi. Per fare il tragitto di un quarto d’ora, ci metteremo un’ora. Io sono senza occhiali, li ho nella borsa, per due motivi. Uno,  il mal di testa: se metto le lenti a contatto, rischio. Due, la vanità. Con gli occhiali non mi aggrado, e se me li posso levare, me li levo. Realizzo che si può andare in giro da mezzi ciechi a due condizioni: conoscere già la strada onde non dover leggere i cartelli; riuscire a vedere almeno il colore dei semafori, ma non è fondamentale. Basta seguire la massa. Ma torniamo sull’autobus. Sono sul 490 che fa una strada che mi piace un sacco. Davanti a me c’è una bambina contenta e cicciotta. Ha la faccia simpatica. Salta invano per acchiappare le maniglie. Un ragazzo che la guarda, sorride. L’autobus imbottigliato va a passo d’uomo. Io tiro fuori il libro. Un graphic novel della Penguin India. Mi ci immergo a testa sotto. Ogni tanto alzo gli occhi e guardo fuori. La luce è strana. Vedo tutto sfocato ma vedo i colori, e questo sole freddo mi sembra che renda tutto verde, e lucido. Mi si mischiano le immagini del romanzo con quelle di Roma tuffata in un autunno finto e fresco, e lascio che mi giri la testa tra Parigi, Londra e Calcutta nel libro, e Roma fuori.

Arrivo tardi al lavoro e non fa niente.

Per pranzo ho l’insalata con l’avocado. Me la fece Ana, la donna cilena che mi ospitava a Ottawa, e da allora non avevo più mangiato un avocado. L’ho visto sulla bancarella e l’ho voluto. L’ho sbucciato e le mie mani hanno fatto conoscenza con la sua polpa grassa e scivolosa, la sua consistenza di burro, il suo nocciolo enorme. Mangio l’insalata e ogni volta che incontro un pezzo di avocado mi godo la sua cremosità, la sua sostanza generosa.

Faccio parecchi sogni, intricati e belli, e strani. Spesso ci scarico dentro l’aggressività che da sveglia non manifesto mai. Nei sogni mi incazzo, urlo dietro alla gente, faccio piangere bambine, picchio. Ho pianto pure, l’altra notte. Nel sogno, e quando mi sono svegliata, gli occhi bruciavano davvero.

Strano giorno.

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