Roma di notte, metro, Colosseo, fila di gente in attesa. Passo dalle signorine con la lista e dico Salve, sono sulla lista di XYZ editore, sono XYZ XYZ. Mi trovano, mi dicono Prego. Mi emoziono, passo oltre la transenna, in corsia preferenziale, superando la lunga fila transennata alla mia destra di non addetti ai lavori che aspettano, ammucchiati. Godo. Non è snobismo, non è il piacere del privilegio. Non ho i numeri per essere snob, sono e resto una cafonetta nella grande metropoli che si guarda intorno e dice Ooh  (come Baricco nel post di Chinaski ). È che sono quello che ho sempre sognato di essere. In piccolo, solo all’inizio, ma è così. Posto a sedere in seconda fila. Basilica di Massenzio, illuminata di giallo, maestosa, sovrastata dal cielo blu notte, qualche coreografica nuvola, poche stelle ma distribuite con gusto. Brividi. Musica, e testo che scorre sul maxi schermo. Tiro fuori la mia piccola umile digitale e faccio le riprese. Mi si anchilosa il braccio, immobile per trenta minuti, per quanto io tenti di puntellare il gomito col ginocchio. L’autore legge con accento irlandese, il testo in italiano scorre sullo schermo. Conosco già il racconto ma sono un’anglofila conclamata e godo a sentirlo leggere in lingua originale. Non mi vedo, ma lo so che mi brillano gli occhi. Nel frattempo il mio cellulare continua a vibrare perché mi stai chiamando e chiamando, e anche se non ti posso rispondere mi brillano gli occhi anche per quello. Quando tutto finisce saluto e me ne vado, da sola, e tu chiami, e io cerco di farti sentire come sono felice e di farti vedere dove sono e la meraviglia del Colosseo di notte. Cammini con me, attraversi la strada con me, ti lascio all’entrata della metro. Quando arrivo a Tiburtina ti riprendo per mano perché sono le undici e la stazione è semivuota e buia, e gli autobus non passano allora decido di farmela a piedi però mi serve compagnia. E tu stai guidando da ore e stai crollando di sonno e anche a te serve compagnia. E allora vieni con me. E quando arrivo a casa e chiudo il telefono, e ti lascio la mano, sto sorridendo come un imbecille. E ho una fame da lupo felice e mi mangio due piatti di pasta.

 

Questo sta diventando un blog schifosamente sdolcinato.

Uno scrittore felice è uno scrittore noioso.

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