Esco dal lavoro e il cielo è di piombo. È di piombo ma c’è il sole. Mi elettrizzo come i gatti quando annuso un temporale, ma non di paura. L’ombrello ce l’ho e anche se non ce l’avessi sticazzi. Sono dentro il quattroennovanta, seduta col mio Eureka Street in mano, e inizio a sentire plik sul tetto dell’autobus. Vabbè finché è plik. Una serie di plik in rapida successione e poi stunk. Stunk stutu  tunk tutu tutu tunk. Minchia. Goccioloni come nespole, e il cielo di piombo e il sole. Tuoni, fulmini e saette. Mi si appicciano gli occhi come ai bambini (tanto per cambiare, ultimamente), scendo dall’autobus in tutta calma aprendo il mio ombrelluccio e prendo un respiro profondo per sentire l’odore. Fantastico. Gente che corre di qua e di là, e io che invece sono tentata di fermarmi in mezzo al piazzale della stazione tiburtina, chiudere l’ombrello e alzare la faccia e prendermela tutta, poi non c’ho voglia di dare spettacolo e mi limito a sorridere come un imbecille dalla goduria di questo scroscio, che scusa gabrieledannunzio, non è la stessa cosa che sentirselo nel pineto, lo so, e fa un po’ ridere cercare di descrivere il godimento di una pioggia presa sotto i piloni della sopraelevata, ma chi se ne frega, caro dannunzio compaesano, tu stai sotto tre metri di terra e io sono ancora viva. Mi prende il raptus della condivisione e prendo il telefono per farti sentire il casino e in qualche modo anche l’odore dell’acqua, ferroso, metallico, verde e grigio. È il tuo compleanno e fai gli annidicristo ma gli auguri te li ho già fatti a mezzanotte e mezzo secondo, adesso posso anche chiamarti per le cazzate.

Casa qua è piena di donne. Una sta in cucina a disegnare modelli fino a tarda notte perché deve consegnare. Altre due stanno di là a rimpatriarsi. È tutto un lavarsi i capelli, cucinare, fare i piatti, fumare sul balcone, mangiare, parlare di questo questo o quest’altro uomo. Sull’onda del girl pride racconto di mia mamma che giorni fa stava parcheggiando. Un ragazzo con una ragazza in macchina arriva sparato e se la trova davanti, si trova colto di sorpresa e a finestrini aperti si abbandona ad un insulto alla di lei rispettabilità. Mia mamma scende dalla macchina a passo di marcia, si dirige al lato guidatore, infila una mano nel finestrino aperto e gli gira la faccia con una sberla. (Quella è la mia mamma!) Dopodiché restituisce l’insulto dirigendolo alla signorina sul sedile passeggero. Poi sottolinea che signorina, niente di personale, scusi, ma lui non si doveva permettere. La signorina allibita annuisce che sì sì, signora lei ha perfettamente ragione. Lui si scusa adducendo il panico della frenata come giustificazione, mamma se ne va e mentre se ne va sente la ragazza fare un’aggiuntina di cazziata al consorte. La mia mamma. Che orgoglio.

Tutti questi estrogeni sono così consolanti che mentre mi stiro le chiome penso che se dovessi sbattere i denti anche questa volta avrei un po’ di morbido su cui cadere. Che male, fa male lo stesso, ma di meno.

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