Mi scrivi che sei sul divano, ti chiamo e ti dico Spostati, mi dici È stretto, ti dico Meglio.

Io che di solito sono telefonofobica, mi ritrovo col culo sulle mattonelle impolverate del balcone, di notte, per un’ora e venti al cellulare. Un’ora e venti. Seduta, ti ascolto e guardo fuori, guardo nelle finestre degli altri appartamenti, guardo le due stelle visibili malgrado le luci, guardo la gente che passa e le macchine sulla Tiburtina, guardo di sotto.

Intanto mentre parli cerco di figurarmi la tua faccia che parla, le tue labbra che si muovono, e non ci riesco perché a parte qualche sfocato fotogramma di filmato, io non ti ho mai visto in movimento.

È una cosa che se la racconti, la gente ride e profetizza sventure. Prima apertamente, poi vedono la tua espressione e si limitano a sogghignare.

Intanto mentre parli cerco di figurarmi le tue mani che accendono la sigaretta, e il divano su cui sei sdraiato, e la pioggia che vedi dai vetri.

La gente ride e profetizza sventure.

Me ne importa meno di niente. I denti sono miei.

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