È la terza volta che apro il foglio bianco di word e poi lo richiudo. È che è più difficile scrivere quando le cose sono belle, quando ancora non ci credi che siano così belle, quando in un paio di giorni si sono rivoluzionate cose in un modo che ci metterai un mesetto ad abituarti a crederci.

Poi sono qui che scrivo e penso che l’ultima volta che ho scritto ero qui 

nella sua cucina, con Aragon che mi sonnecchiava placido vicino ai piedi, e lui che un po’ mi fotografava, un po’ lavava i piatti, e quando ho finito di scrivere il post mi sono alzata, mi sono stretta alla sua schiena di casalingo e gli ho detto che mi era mancato mentre scrivevo, che solo a dirla mi si cariano i denti e anche a voi che la leggete, eppure che ci posso fare, era vero.

E ho passato una notte lì a sognare che non era vero, a svegliarmi, e lui era lì, eppure pensavo No, è un sogno, cazzo. Solo all’ottava volta mi sono svegliata come si deve realizzando che c’era davvero.

L’eurostar del ritorno ha fatto 105 minuti di ritardo per problemi alla locomotrice e a causa di un incendio sulla linea. Non ho fatto una piega. Ho conservato un perfetto sorriso zen mentre i passeggeri scleravano e inveivano contro il sistema e il capotreno.

Me ne sono tornata a casa in taxi da Termini chiacchierando col tassista, dicendogli che tornavo da Milano dove ero andata a trovare una persona – un ragazzo, eh? Il tuo ragazzo? – Sì, dico io, senza neanche pensarci.

Si pronunciano parole grosse e aggettivi possessivi. Si passano notti insonni. Ci si lanciano sguardi increduli. Ci si regala piccole cose, si portano orologi altrui dopo aver annegato il cinturino nel suo profumo.

Siamo stucchevoli come un barattolo di miele. Roba da dover bere litri d’acqua per non morire di iperglicemia.

Chi se ne strafrega, gente.

Magia…

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