Sono uscita viva dalla notte bianca, per quanto le articolazioni di piedi e ginocchia stiano per cedere, sento proprio le vitarelle svitate fino alla punta che oscillano e stanno per cadere, lasciando per terra un mucchietto di gambe e piedi di Jun staccati dal resto. A parte questo, non è successo niente di catastrofico, ohibò. Si è vista l’installazione dell’Enel al Circo Massimo (centinaia di palle colorate armoniosamente disposte su tutta la superficie dell’arena) e io che pensavo: e se sono come le lucine dell’albero di Natale, che se ne salta una, si spengono tutte e devi ritrovare quella fulminata? Da lì, acrobati al Colosseo, omini impazziti su trampoli a molla che saltavano altissimo, una trapezista appesa al muso di un enorme mantide religiosa dorata a motore e noi sotto a guardare e dire Ooh. Battiato al Campidoglio, ma pieno così, che ci siamo poi accontentati del maxischermo e di clementi gradini su cui posare il culo e fumarci sigarette al ritmo di Shock in my town. Via del Corso inzeppata di giovani di belle (?) speranze in fase di struscio, con pochi interessi culturali e parecchi interessi alcolici e calcistici, da cui l’imbattersi in due tre risse, due tre ambulanze, due tre mucchi improvvisati di ultrà che inneggiavano al rogo della Capitale del nord (lasciatemi stare Milano!). Piazza del Popolo e le esibizioni di acrobati magistrali accorsi dai quattro angoli del globo, e poi, infine, siamo arrivate lì, io e la sorella. A piazza Navona.

A piazza Navona sembra non esserci niente, non ci sono rumori, non ci sono luci, ci guardiamo intorno e adocchiamo un curioso capannello. Ci avviciniamo ed ecco la cosa più bella della serata e di tutta questa notte.

Loro sono una decina, ma sono dispari, sono sempre dispari, lo recita il loro manifesto. Sono attori, maschi e femmine, sono francesi. Sono vestiti di nero, hanno ventagli neri e ombrelli neri e in mano questo lungo tubo nero, un metro e ottanta di tubo cavo. Sorridono di un sorriso angelico e sono

lenti

len

tis

simi.

Si muovono lentamente come se fluttuassero, il tempo è sospeso. A terra, al centro del capannello, gente che si è seduta, intorno, gente che guarda e aspetta.

Ti metti lì e aspetti, stai in piedi o ti siedi tra gli ombrelli neri, aperti, appoggiati a terra, e dentro di te speri, e non li guardi, perché non sei tu che decidi, sono loro che ti scelgono.

Ti scelgono. Ti puntano il tubo all’orecchio, o si avvicinano col viso dietro il ventaglio, piano, pianissimo.

E sussurrano.

Sussurrano dentro il tubo, dentro il tuo orecchio, dentro la tua mente stupita, una poesia. Poesie. Frasi, pensieri. Poesie recitate piano, pianissimo, solo tu che sei prescelto puoi sentire la sua voce, e in quel momento siete solo tu e lui o lei che ti fa il regalo della sua voce e delle sue parole, proprio a te, perché ti ha guardato e ha scelto te. Tutto il resto è silenzio, e attesa.

Quando mi sono svegliata dall’incanto mi sono voltata per vedere chi di loro mi aveva scelto, e gli ho sorriso piano, e lui me l’ha restituito. Un omino con gli occhiali, sui quaranta.

Questo è stato il dono per me:

 

Mi mano acaricia tu sueño.

Y para mejor acariciarlo

se convierte ella también en sueño.

 

Pero entonces tu sueño

se convierte en una mano,

para poder corresponder a esa caricia.

 

¿El amor será siempre

el cruce de una mano que va

y otra mano que vuelve?

 

¿O será solamente

el paso de dos sueños que se cruzan?

 

Roberto Juarroz

 

Sono andati via in silenzio, alle cinque del mattino, dopo ore ininterrotte a regalare incanti e stupore, sventolando i loro ventagli neri in segno di saluto.

 

Sospesa su questa cosa bellissima e dolce, alle sei ero a casa.

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