Stanotte ho visto l’intera vallata di casa mia sommersa da un mare calmo e brillante di riflessi. Faceva spiaggia sul piazzale delle torri montanare, questo mare, io lo guardavo e lo trovavo bellissimo, e subito dopo pensavo Occazzo. Lì sotto c’è casa. Nel sogno stesso ho poi pensato ah ok, è un sogno, però tu pensa, magari un giorno, in base alle nefaste previsioni degli ambientalisti, potrebbe succedere. Mi sveglio, non apro la finestra, resto a letto e leggo un libro di fate. Non di fate benevole e zuccherose si tratta, ma di fate vere, di fairies, quelle delle tradizioni millenarie irlandesi, quelle imprevedibili, inquietanti e pericolose, dispettose e multiformi, lascive e antropo-zoo-morfe. Un libro per fanciulle che non sono tenuta a leggere fino in fondo ma che oramai m’è capitato tra le mani e ho un bibliosenso del dovere che mi impone di finirlo (balle: ci godo). Un paio di giorni in casa madre, le feste di settembre, le giostre, i fuochi d’artificio (e ogni anno penso lo stesso pensiero che mi dimentico di scrivere, e cioè che gli spettacoli pirotecnici hanno un andamento smaccatamente sessuale, cominciano piano, vanno in crescendo, cambiano ritmo di tanto in tanto, forma, colore, culminano in un fiorire di esplosioni multicolori, finiscono con tre botti più uno più forte di tutti, quando va bene scatta l’applauso del pubblico). Qualche ansia, quando vengo a casa mi viene sempre da fare bilanci e tirare le somme di cosa sto facendo e di dove mi porterà. Casa romana si ripopola, la routine si riassetta, io sono irrequieta e non mi sento a casa da nessuna parte e dappertutto, mi guardo poco allo specchio perché non so bene chi è quella e che cosa vuole, che vita vuole. Ho comprato lenzuola rosse, una tazza tutta mia da portare in ufficio, una decina di paia di calzini colorati. Sono serena ma sento arrivare tempeste, non so bene se distruttive o benefiche, non so bene se arriveranno da fuori, o se mi partiranno da dentro. A cambiare tutto. A fare qualche cazzata che mi renderà felice, come quella fatta a inizio agosto, conseguente a quella, forse.

Valigia. Torno a Roma. E la settimana prossima vedrà i miei piedi terroni calcare le padane sponde, finalmente, ché mi manca l’aria.

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