Che poi.

Non è che ultimamente abbia granché da dire, perché le mie giornate scorrono tra casa e lavoro, lavoro e casa, e considerato che questo non è proprio il luogo per parlare di lavoro, cosa mi resta da dire?

Sono stata su a Milano. Ho preso il T-biz, eurostar superfico in cui si promette una ricezione potenziata per i telefoni tim (balle, il mio per ore non ha preso neanche una tacca), prese di corrente per i portatili (ma quelle sono anche sull’eurostar normale), servizio di prenotazione taxi all’arrivo (una telefonata la posso fare pure da sola e poi in una stazione importante come quella centrale i tassisti ti saltano addosso senza bisogno di prenotarli), arrivo mezz’ora prima del normale eurostar (unico vantaggio effettivo), il tutto a una cifra discretamente più alta. Il gioco non vale la candela. Ci fosse una bella connessione wireless, avrebbe senso. Comunque, io ero lì con le cuffie, la maglietta coi disegnini, i jeans, le adidas consumate, il panino con la lonza, i racconti di toilet da selezionare, il foglio per i commenti su cui appuntavo Bleah, Fico, Yawn, Ci devo pensare, TeriBBile, Bellizzimo, Argh, Mi piace, Pietà!, in mezzo a uomini e donne d’affari ripuliti e laccatissimi che mi guardavano diffidenti.

All’arrivo faccio conoscenza con la buona vecchia Mini,

ed è bello stare praticamente seduti per terra in quella scatoletta verde decappottata, con la testa ad altezza ruota di Suv. Per tre giorni non usciamo praticamente mai se non in giardino per addormentarci sull’amaca due ore sotto un sole gentile col cane che scorrazza in giro acchiappando mosche. Mi vesto coi suoi vestiti,

lo guardo mentre cucina per me, uso i suoi asciugamani e il suo computer, lo fotografo mentre dorme,

che è l’unico modo per farlo senza che si copra la faccia come un vip o si giri nella sua sempiterna posa di profilo. Sguazzo nelle premure.

Anche sfruttando ogni minuto del weekend al massimo delle sue potenzialità, salendo sull’eurostar del ritorno mi sembra di essere appena arrivata. Il treno parte, io e lui ci barrichiamo all’unisono dietro gli occhiali da sole, anche se sono le 18 e di sole ne rimane poco. Mi riaccompagna a casa un tassista che sembra Zidane, altrettanto silenzioso e cupo, che bontà sua mi fa anche pagare molto poco.

A Roma mi riadatto alla vita normale, alle telefonate che non mi bastano, agli abbracci che vorrei, al buio la sera quando esco dall’ufficio, ora che invece del tramonto come Lucky Luke trovo un cielo blu scuro e la luna, ad accompagnarmi a casa, a circondarmi mentre seduta alla fermata lungo il Verano aspetto il secondo autobus annusando i fiori del cimitero a ogni folata di vento. Torno così di malavoglia che la valigia, l’ho disfatta solo ieri.

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