E comunque Ryuichi Sakamoto a me mi annoia che al confronto il canale Nettuno di università a distanza è una festa di carnevale. Seta, che in quanto agile libello avevo a suo tempo, giovine e suggestionabile, apprezzato come un bel bonsai con delle gocciole di poesia nell’impasto, trasposto sul grande schermo mi ha fatto calare il latte ai talloni. La Knightley con quella scucchia che è praticamente un’arma bianca, Michael Pitt che contro di lui non ho niente ma a me i biondini non mi convincono mai, di buono c’è Alfred Molina ma giusto come presenza a cui aggrapparsi, e le musiche, gesummaria. Che palle. E diomiètestimone se io non sono una che gradisce financo il cinema polacco alla Kripstak e Petrektek senza annoiarsi. Il libro è bellino perché è breve, raccolto, minuto, del resto è una storia raccontata, di quelle da focolare, ed è contronatura farla durare tutto quel tempo con quella lagna di sottofondo.

 

Sempre restando al controverso scrivano che mi dà il nickname, invece, mi sento di lodare una libera trasposizione di Oce*no Mare vista a teatro l’altro ieri sera a Trastevere, mirabilmente ricostruita in un teatro che più che un teatro è un monolocale, una ventina di persone di pubblico al massimo, solo prenotati, e gli attori che ti camminano intorno e tu che non devi neanche girarti perché da qualsiasi punto puoi seguirli dagli specchi. E le luci, e la musica, lì sì. E il buon (?) Bari*co sarà un presuntuoso, uno che sguazza felice nelle sue trovate linguistiche, sarà tutto quello che vi pare, ma le sue parole a teatro ci stanno un bijou e a me, lo spettacolo, è piaciuto un bel po’, e il pregio maggiore sta nel fatto che quello che ho visto era esattamente come lo avevo immaginato leggendo, ché quando vedo un film dopo aver letto un libro e si discosta troppo dal quadro che mi ero fatta io, ci resto sempre male. E invece qui è stato come rileggerlo.

E l’immortale fanciullina che alberga sotto la scorza (quale scorza?) e il giubbino di pelle mi si commuove sempre all’idea di Bartleboom che scrive lettere su lettere alla donna che non ha ancora incontrato.

 

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo. Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle

– Ti aspettavo.

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