Un weekend passato così, a caricare tutta la cartella di musica su winamp in random e vedere cosa mi tira fuori mentre inginocchiata per terra ordino cronologicamente più di quattro anni della mia vita

 

in viaggi e persone e momenti e luoghi distribuiti in trecento stampe da foto digitali per poi disporle su cartoncini nero A2 (due su otto, ho ancora da lavorare) e tappezzarci camera, per dormirci dentro, abbracciata dal mio passato in tutti i suoi momenti migliori con un cartellone semivuoto ancora da riempire e un altro invisibile e privato, di momenti in cui nessuno dei due presenti aveva proprio testa di afferrare la macchina fotografica, che scorro nella testa prima di dormire.

E poi cucinare gnocchi gorgonzola radicchio e noci e bere vino rosso e fumare e mangiare e poi seppellire la torta similpandistelle di Alice sotto una colata di cioccolato fuso e una collinetta di panna mentre il vino fa il suo lavoro con la spintina di un amaro calabrese e ci si ritrova a cercare disperatamente un sostantivo bisdrucciolo, che scopriamo non esistere in natura (“Sdrucciola è una parola sdrucciola!” “E “Bisdrucciola?” “Bisdrucciola è sdrucciola”), così come il participio passato di esimere e di splendere, (“Spleso? Splenduto?”).

Una rappresentanza piccola ma di qualità dell’Italia tra i venti e i trenta, una psicologa, una traduttrice/webmanager, un futuro ingegnere, un futuro giornalista o chissà cos’altro, nella nostra minuscola cucina banchettano Piemonte, Sardegna, Abruzzo e Lazio, in perfect armony come ebony and ivory. Poi dice perché non esci. E che esco a fare?

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