Passare un weekend chiusi in casa tutto il tempo tranne che per fare la spesa, iniziare con un vizioso mac donald e poi cucinare a ciclo continuo, il risotto di zucca, le cosce di pollo coi peperoni, quattro crêpes nere di cacao con dentro le pere sciroppate bollenti al pepe, e il gelato, e due insalatiere di popcorn, guardare Nemo, guardare Shrek, guardare V per vendetta, segnare a fuoco mobili e stanze, cucina e studio, divano e letto, abbracciarti per le scale, non dormire, raccontarci i sogni la mattina, farti tritare la cipolla, impedirti di svuotare il supermercato e ciononostante fare cinquanta euro di spesa, fumare fuori e guardare Aragon che dilania una bottiglia di plastica come se fosse questione di vita o di morte, farti girare la pastella per le crêpes col minipimer in una scodella troppo bassa, fare un casino, fotografarlo, ridere, offrire il Merlot a tuo padre, il caffè a tua madre, farmi leccare le mani da Aragon, metterci in viaggio, insieme, per la prima volta più lontano di Milano, dormire, ascoltare i Radiohead, cantarti nelle orecchie, passarti i panini, le fonzie, le pringles, il succo di frutta, l’acqua, ancora i panini, intrattenerti, accenderti la sigaretta, dormire ancora, arrivare a

 

Roma

 

e non crederci, ti guardo e sei con me a Roma e non ci credo, per la prima volta, e ignorare il navigatore e passare in centro perché tu non ci sei mai stato in vita tua nel centro di Roma e vederlo per la prima volta di notte ti sconvolge, sembri un bambino davanti alla vetrina di una pasticceria, ti faccio passare per piazza della Repubblica, la fontana, le luci, ti faccio fare via Nazionale, e poi dopo un po’ ti dico gira a sinistra e per la prima volta davanti ai tuoi occhi c’è piazza Venezia, ché uno la dà per scontata ma prova a pensare di vederla per la prima volta in vita tua, di notte, illuminata, di colpo, e poi ti guido e siamo sul viale dei Fori ed eccolo là, ché lo volevi vedere e sono riuscita a portartici anche se essendo pedone e usufruttuaria di mezzi pubblici ho poco orientamento se mi trovo in macchina, eccolo, davanti a te, l’anfiteatro flavio, e a te ti brillano gli occhi e sei a bocca aperta e io quasi mi commuovo, e ci giriamo intorno due tre volte e poi si va a casa, a casa mia, tu a casa mia, e io ti indico cose stupide come il kebabbaro, o la rivendita ticket-one o gli studios, il ponte sui binari e ti dico vedi è qui che cammino quando ti telefono e c’è il vento e tu non mi senti, sopra questo ponte qua, e poi saliamo a casa mia, tu a casa mia, oddio, accendo il pc, mi giro un attimo e tu stai là seduto sul mio letto ed è un flash, oddio che impressione, tu seduto sul mio letto, io seduta al computer e invece di vederti nel monitor mi devo girare e ti vedo là sul letto che ti guardi le fotine che hai fatto in giro…

E ci spacchiamo la schiena a dormire in due in un letto singolo perchè non abbiamo voglia di unire l’altro letto e penso domani mi sveglio e mi viene un infarto perché ci sei tu qui con me, e sì, questo è il balcone da cui ti ho telefonato milioni di volte, e ti faccio il caffellatte, e ti fotografo seduto al mio pc perché poi così sono sicura che non me lo sono sognato, ci sei stato tu seduto lì, e davanti alla mia finestra, e a guardare giù dal balcone, e poi usciamo e mi porti al lavoro, tu mi porti al lavoro, e poi ciao, ci vediamo presto vero? Certo che ci vediamo presto, Davvero? Che scherzi? E vado a lavorare, e anche tu, e oddio che strano, mi ci hai portato tu…

Il mio ragazzo mi ha accompagnato a casa. A seicento chilometri da casa sua.

 

 

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