Sono andata a vedere Cous Cous. Ci sono andata con Batgirl, finalmente incontrandola dopo due anni che sono a Roma e dopo due anni che ci proviamo e poi l’una o l’altra ha un contrattempo che le impedisce di presentarsi. Due anni. E allora questa volta ce l’abbiamo fatta, io arrivo davanti al Tibur sudata e affannata dopo un paio di chilometri a piedi con l’ombrellino bianco, lei sta davanti al Tibur con l’ombrello nero che mi aspetta guardandosi intorno e cercando una alta con la frangetta. Entriamo, facciamo i biglietti, ci sediamo in ultima fila ed è strano ma non imbarazzante, è la prima volta che ci vediamo e siamo al cinema, e le prime cose che ci diciamo sono commenti sul film. Io mangio un chupino alla coca cola mentre mi struggo nella visione del film e mentre tengo la concentrazione per non perdermi neanche una parola dei fittissimi interminabili velocissimi dialoghi di questi personaggi arabo-francesi chiassosi, alcuni adorabili, alcuni odiosi, tutti, tranne Solimane, parimenti logorroici. Mi struggo per Solimane. Ci vedo un po’ mio padre ma mio padre, che è di dieci anni più vecchio di Solimane, sembra dieci anni più giovane di lui, e pur essendo parimenti silenzioso, non è rassegnato, non è triste, e soprattutto non è così drammaticamente sfigato. Dopo la disavventura #345 che gli si abbatte tra capo e collo, che Paperino non sei nessuno, c’ho proprio il cuore a pezzi e l’unica cosa che voglio fino alla fine del film e anche tuttora è prendere Solimane e abbracciarlo per un paio d’ore, forte, fargli le carezze in testa e dirgli shh, shh, andrà tutto bene.

Come credo da intenzione del regista, usciamo dal cinema con, nell’ordine:

         il cuore spezzato di pietà;

         la voglia irrefrenabile di mangiare cous cous al pesce;

         il desiderio implacabile di ballare una frenetica danza del ventre fino a raggiungere l’estasi mistica come i dervisci;

         l’esigenza di tornare indietro nel tempo e soffocare nel sonno tre ragazzini – che se lo vedete, capirete – fintanto che sono piccoli, o perlomeno di insegnargli come cazzo ci si comporta, o fargli le chiappe viola finché non mi formicolano le mani.

La serata si evolve in un locale dove ancora si può fumare, davanti a patatine, hamburger, crostini e fiori di zucca, nonché birre e sigarette, a parlare tanto quanto i suddetti protagonisti del film fino a che come Cenerentola, contenta di aver ballato col principe, non me ne devo andare entro mezzanotte, quando mi parte l’ultimo autobus.

E stamattina, quando passo davanti ad una locandina del film, crac, mi si stringe un’altra volta il cuore nel constatare che Solimane, mio diletto Solimane, tu, l’eroe, il mio nuovo eroe, non sei neanche sulla locandina.

 

Ma che cazzo.

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