Mi dolgono ancora le chiappe per gli affronti subiti da Trenitalia, causa bigliettaio che mi sbaglia la data del biglietto (e io scema che non controllo), causa conseguente rimborso zero, causa, quindi, biglietto pagato due volte con sommo dolore del conto già in rosso di entrambi noi sofferenti e martiri e beati (e vergini? No, quello no) pendolari dell’ammore. Quando almeno una scintilla di speranza si accende di fronte al rimborso per un ritardo che pare essere di trentacinque minuti, il capotreno a Termini annuncia che ahinoi il ritardo è solo di trentuno minuti, ma guarda un po’, quattro minuti in più e ci avrebbero dovuto rimborsare. Tu guarda. Le volte.

Faccio il viaggio di ritorno davanti a uno specchio, la ragazza di fronte a me è corredata di frangetta castana e occhiali e ha la faccia simpatica, ehi, ma sono io! Però come al solito io leggo o dormo e quindi parlo poco, salvo scambiarci due parole e due cenni di intesa occasionali quando a firenze sale un omone d’affari canuto e gigantesco che si piazza il macbook sui ginocchi solo per sentirsi un cd e poi si mette a leggere Cormac Mc Carthy in inglese salvo poi cadere in coma dopo tre pagine. Io e lo specchio ci guardiamo e facciamo quella faccia con la bocca a cerchietto chiuso che sta per: “ammazza”. Tutte e due ci facciamo piccole dentro i piumini, ché stiamo vicino alle sliding doors e ogni cristiano che va al cesso ci omaggia di uno spiffero gelido, e io finisco per odiare quella porta, che si apre a scatto, sollecita e spietata, ma quando si deve richiudere e proteggermi dal gelo, ci mette dei lunghissimi secondi. Odio anche i sedili col poggiatesta sporgente, roba che io lo devo conoscere chi ha deciso che si viaggia più comodi con la testa forzosamente reclinata in avanti, e poi dopo che l’ho conosciuto dirgli che sì, forse per leggere è comodo, al limite, ma che a piegare la testa in avanti per leggere ero capace anche da sola, e invece il poggiatesta mi serviva per quando la testa doveva stare appoggiata, tipo, chessò, per dormire? senza condannarmi a una settimana di torcicollo e mal di testa, come puntualmente accade.

 

Mal di testa anche perché ho molto frignato, perché stavolta il prossimo viaggio dista almeno due settimane, due lunghe settimane prima di andarmi di nuovo a scordare come mi chiamo e che ore sono e che giorno è. Inizio anche ad abituarmi a dormire col docile sottofondo di un tir in salita prodotto dalle strette vie respiratorie del consorte, due sono le cose, o non ha russato, o non l’ho sentito. Gli faccio funzionare il mulo finalmente, e gli scarico una canzone con l’intento ben poco subliminale di farmela dedicare e oh, ci sono riuscita, poi magari ci riprovo per qualche obiettivo più grosso, vediamo se mi riesce ancora. Con la barba è parecchio bello, checché lui ne dica. Viva la barba. Me la sono lisciata tutto il tempo fino a graffiarmi le mani e la faccia.

 

Sul treno, all’andata e al ritorno, leggo un gran libro, perché è un gran libro e perché devo intervistarne l’autore, che è un grande autore e un grandissimo uomo. Poi magari ve ne parlo.

 

Mentre torno a casa penso con dolore al fatto che sta per tornare la PartenoCoinquilina, ma penso con gioia al fatto che la si sopporterà ancora per molto, molto poco, datosi che leverà il suo grosso culo dalla nostra casa entro il due di febbraio (abbiamo complottato per spedirla a casa, e ci siamo riuscite, e del resto lei ci ha offerto una marea di pretesti su grossi vassoi d’argento, senza peraltro opporre tanta resistenza allo sfratto visto che aveva già un po’ deciso di suo di tornare sui suoi passi. Ah, ha una figlia. Non ve l’avevo detto? Ecco, forse perché neanche noialtre lo si sapeva). Mentre rientro a casa dopo aver chiacchierato col tassista di mezzanotte, penso una cosa diversa da quello che pensavo l’anno scorso. Non mi sento più emigrata, lontana dalla sua unica casa. Adesso mi sento una che ha tre case, in tre città. E mentre rientro in quella di Roma e mi infilo le pantofole, sono contenta. Sono a casa. E lo sono anche a Milano. E lo sono anche a Lanciano.

Casa.

 

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