Leggo un libro la cui copertina mi esalta e vi dirò, si abbina anche ai colori della mia stanza. Dentro ci sono meschinità borghesi e lussuria salvifica, ambizioni arrampicatrici e interminabili arrovellamenti mentali, tra sensi di colpa e autogiustificazioni. Finora lo trovo bellissimo e mi sembra che mi parli, anche se nessuno dei personaggi mi somiglia in nulla.

È la prima domenica dopo tre settimane che mi sveglio qui a Roma. L’ultima ero a casa, le due precedenti ero a Milano. Questo weekend è solo mio. Mi sveglio con la luce dalle finestre che non chiudo, mi giro dall’altra parte, guardo con la sorpresa del mattino il copripiumino nuovo sfacciatamente rosseggiante e sorrido di placido piacere consumistico. Cerco di dormire ancora con poco successo, la luce continua a bussare ai miei occhi, allora leggo, ore, finché la schiena non fa troppo male e mi alzo, scaldo il latte anche se è l’una e mezza, do di ramazza alla stanza ché con la luce vedo una nidiata di gatti di polvere sotto i letti, esco sul balcone schiacciando bottiglie di coca cola e un ragazzo che passa sotto alza lo sguardo, più di una volta, alla spilungona in salopette e capelli legati, immaginandosi credo che stessi facendo rumore per attirare la sua attenzione.

Ieri la seconda volta della mia vita all’Ikea, approfittandone per rivedere con molto piacere qualcuno che non vedevo da secoli, dritta agli obiettivi prefissati con poche concessioni alle voglie contingenti. Torno a casa con la mia Svenning, economica e comoda, da traduttrice seria scoliotica e soggetta a lombalgie e la mia lampada verde uguale a quella gialla che a casa di Pulsa illuminò la mia prima traduzione, quando per motivarmi mandavo messaggi a JD, investito ad interim del ruolo di motivatore, ogni volta che finivo un capitolo. Collateralmente, mi ritrovo in possesso di un cuscino, candido e alto pur sapendo di essere abituata ai cuscini bassi, ma non resistendo alla sua abbracciosità, del suddetto copripiumino sgargiante corredato di due federe, di cinque grucce di plastica rossa, di un set di cavo d’acciaio e attacchi per le tende. Sono soddisfatta e serena e il senso di colpa dell’aver ceduto alle lusinghe della sospetta multinazionale è tenuto a bada da un paio di ragionevoli considerazioni: sono povera; è la prima volta in vita mia che ci vado comprando qualcosa; sti grancazzi, era roba che mi serviva, e mai da nessuna parte l’avrei trovata ad un prezzo così basso.

Si parlava di traduzioni: traduco la mia prima narrativa ever. Un libro young adult, è vero, con dei vampiri, è vero, leggero e divertente ma oh: la mia prima narrativa. La prima dopo due saggi pubblicati e NON PAGATI di qualcun altro che presto vedrà recapitarsi l’ennesima letterina avvocatizia. È un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per me, e io sono contenta, e siedo qui alla luce del mio faretto verde, col culo sulla mia Svenning (che a montarla mi sono divertita come con le sorprese Kinder, ed ecco a voi l’inutile filmatino):

Nel frattempo la dolce metà attraversa l’Europa in estenuanti incarichi di lavoro, mi saluta prima di partire come se temesse di non tornare e io dormo poco dalla preoccupazione, ma poi torna e io respiro, e lui, finalmente, dorme il sonno dei giusti mentre io virtualmente gli spengo intorno i telefoni e cammino piano per non svegliarlo.

Per liberare spazio sul disco faccio un giro tra le mie cartelle, trovandomi a rovistare nel passato, a rivedere foto di gente sparita nel nulla, rileggere cronache di notti che mi sembrano appartenere a un’altra vita, un’altra me, un altro emisfero.

Sogno una ragazza di cui ancora oggi dopo tre notti ricordo la faccia, il corpo, dalla bellezza candida e, non mi viene il termine, qualcosa come peccaminosa, tentatrice, se i termini non fossero così old fashion. Mi rendo conto di non leggere niente in italiano da troppo tempo, per cause lavorative, e me ne accorgo perché quando cerco un termine, prima di averne uno in italiano, se ne fanno avanti altri tre o quattro in inglese perfettamente aderenti.

You gotta get up get out do something, mi dice Macy Gray or ora dal winamp.

Sono le tre meno un quarto di domenica, non ho ancora pranzato, ho appena fatto colazione, aspetto di avere fame per pensare a cosa mangiare, e intanto traduco. Quando mi stancherò, mi premierò con un’altra puntata di How I met your mother, e poi ricomincerò. Poca voglia di mondanità, mi godo lo stare in casa finesettimanale con la giusta oziosità felina.

Qui si cerca ancora coinquilina. Il famigerato Desmond mi ha risposto all’annuncio per la seconda volta, alla cieca senza accorgersi che abbiamo già avuto a che fare l’una con l’altro. Idiota.

Mangio un supplì gentilmente offerto da premurosi compagni di casa e mi metto al lavoro.

 

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