Finita in un fine settimana la prima serie di Dexter. Sangue, efferatezza, umorismo macabro. Fico. C’è chi ha smesso dopo qualche puntata, ché ci stava male. Io me la sono bevuta avidamente fino alla fine mangiando cofane di pop-corn e dichiarando che la visione mi faceva venire voglia di mangiare carne.

Fortuna che c’ho la psicologa indoor.

Intanto all’altezza della terza puntata circa, ho fatto il primo sogno vagamente a tema, nel quale facevo lavoro d’ufficio seduta ad un banchetto sotto i portici di una città (mirabile simbolo di precarietà), e sul tavolino avevo un sacchetto di carta con dentro due panini, dei fogli e il mio piede nudo. Me l’ero tolto perché mi stava dando impiccio. Il piede. Ovviamente, come da dettami di Dexter, taglio netto, niente sangue, pelle chimicamente marmorea. Mi allontanavo (senza piede. Volando?) per raggiungere dei colleghi e lasciavo lì il sacchetto, pensando poi con terrore all’eventualità che in mia assenza qualcuno se lo fottesse, e va bene i panini e i fogli, ma un altro piede dove lo ritrovavo?

Nello stesso sogno, ho visto Tullio Solenghi fare un’imitazione viscida e fastidiosa di Leland Palmer.

Oltre a fare i miei soliti sogni e a fare pulizie semipasquali, ho spaccato il manico di una scopa, ho fatto spesa e gli ortolani non mi hanno messo nel sacchetto le banane, cosa per cui mi sono lagnata per ore, ho appeso alla porta di casa un messaggino per gli spaccapalle delle agenzie immobiliari che suonano a tutte le ore del giorno e della notte in cerca di appartamenti in vendita, ho imbruttito dei ragazzini sull’autobus che di prima mattina rompevano volontariamente la minchia a tutti i passeggeri del quattroenovanta, ho scaricato Rocco loves Jenna perché per una volta volevo vedere Rocco in azione, (giovanissimo, con un ciuffo anni ottanta alto venti centimetri, fantastico), ho visto i Coen amando profondamente Tommy Lee Jones quando conversando con un suo collega che parla per luoghi comuni, capisce che con chi parla così puoi solo rispondere allo stesso modo, fa un sospirone e dice “eh, quando non si dice più grazie né prego è l’inizio della fine”.

Letto tanti racconti per Toilet, mi sono avvelenata per le solite mie manie ortografiche: i senza accento, la È maiuscola apostrofata invece che accentata, quelli che scrivono scorazzare invece di scorrazzare, e qua mi smaschero, chiunque tu sia se mi leggi sai che sei tu ad averlo scritto: la fidanzata di Topolino si chiama Minnie da che mondo è mondo, e Topolina non esiste, e a me mi vengono i tic perché un numero assurdo di persone è convinto che quella cristiana (?) si chiami Topolina. Minnie, si chiama. Oh.

Mi angoscio quando mi si parla di una qualsiasi data oltre aprile, perché ci sono delle cose che saprò e finché non le so, mi angoscio.

Cerco ancora invano coinquilina. Fatto colloqui a dei casi umani che ve li raccomando. Vado a casa, a Pasqua. E speriamo che riesca a venirci anche qualcun altro, a conoscere finalmente la mia gentaglia e i miei postacci.

Quest’anno compio ventinove anni e mi sembrano tantissimi. Fortunatamente quando lo dico non ci crede nessuno. Ma potrebbe non essere un complimento. Magari sembro una guaglionetta rincoglionita ed è per questo che non li dimostro. Preferisco non chiedere.

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