Milano, per la prima vera volta di giorno.

Metro (mi mancava alla collezione, la aggiungo a quelle di PragaBerlinoRomaBarcellonaPortoLondra), duomo, galleria, piccioni, fratelli d’africa che mi danno della Bellucci,


see va be’ dai non c’è bisogno che mi lavi la faccia, dammi sto braccialetto va’, ‘ndiamo a vedere Bacon,

hai gli occhi lucidi, vuoi toccare le tele, fare fotografie, farti arrestare felice. Due ore tra corpi maschili contorti, colori cupi, volti deformati e io quello che penso è che Bacon mi fa tenerezza, che lo vorrei abbracciare, io, questo meraviglioso irlandese ricchione ipersensibile, geniale.

Una specie di temporale, la fine del temporale, mi abbracci in piedi tra il salotto e la cucina, sono felice e però se non mi lasci ciccare la sigaretta che ho in mano prendiamo fuoco in un tripudio di riappacificazione. Passata la tempesta ritrovo l’ispirazione di fare gli involtini di verza, faccio anche la mia prima besciamella, viene tutto buono buono, io traduco, tu lavi i piatti, mi fotografi col turbante asciugamano e i calzini a strisce, in una penombra sgranata.

Domenica mattina, svegli tardissimo ma molto svegli, di chi sei tu, di chi sono io, come mi chiamo, non me lo ricordo, la mia faccia allo specchio, sono bella, spettinata, felice.

Perso per una decina di minuti il treno Milano-Roma di domenica sera. Era l’ultimo. Evviva. Per una volta tornando dalla stazione non torni da solo, mi riporti con te, abbiamo portato il trolley a spasso, potevamo portare il cane. In macchina io parlo, parlo, parlo, ti guardo, tu guidi, sorridi. Un’altra notte, un bonus inaspettato, ancora qualche ora con te, che mi fai il tè, che mi scaldi le pennette alla vodka e gli involtini e poi mi tagli le fragole e ci metti il gelato e fai il fiorellino con la fragola che ormai è un punto d’onore. Abbiamo dormito due ore. Ci siamo alzati alle cinque. Mi hai fatto il caffellatte. Ti ho appeso un altro post-it allo specchio del bagno. Ti ho messo una galatina sotto il cuscino. Ho lasciato una maglietta tra le lenzuola. Apposta, lo sai. Siamo tornati alla stazione.


Mentre albeggiava sono ripartita, piagnucolando un po’ perché ‘ste partenze mi sembrano sempre più contro natura, cioè, non capisco, tu sei lì, e io devo andare dalla parte opposta? Tipo ho sete, ho in mano una bottiglia d’acqua e la svuoto nel lavandino. Ti bacio fino all’ultimo bip cupo delle porte dell’eurostar in chiusura, prima o poi mi faccio decapitare. Sono le sette, albeggia, fa un freddo boia e tu fai il fico con la giacchetta di tela.


Ti leggo le labbra che dicono Fa’ la brava. Vado a sedermi, dormo.


Viaggio di giorno, è strano, è bello, attraversare la Toscana in treno, un po’ dormo e un po’ apro gli occhi e fuori c’è tutta quella roba verde illuminata, e penso che palle che si debba lavorare nelle ore di luce, bisognerebbe inventarsi un’alternativa, e le ore di luce passarle a spasso, a girare col treno. Arrivo a Roma di giorno e mi pare di essere stata a Tokyo, con il sonno sfasato, la luce che non dovrebbe esserci, io che faccio il tragitto verso casa all’ora sbagliata, smollo la valigia, respiro, mi cambio, e vado al lavoro alle due del pomeriggio. È praticamente primavera, io ho sonno, quando mi siedo al computer mi gira la testa, l’ora in più, il treno perso, io sto qui e tu stai là, è tutto sbagliato, stasera dormo, da sola però, e che palle. E ti ho lasciato solo da dieci ore e io già c’ho sete.

 

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