Prendete una scema, che tenta di imparare a cucinare.

Fatela andare a fare la spesa con in mente gli involtini di verza di mamma. Fatele comprare la verza sbagliata solo perché c’è scritto ‘verza’ sul cartello del Conad. Avrà un attimo di dubbio, se la ricordava diversa, più verde, con le venature a rilievo, più cavolo delle Cabbage patch, e invece questa è una palla bianca e liscia, pesante come un melone. C’è scritto verza bianca. Che sarà mai, pensa la scema, sempre verza è. Portate a casa la scema e la verza. Osservate la scema che tenta di sfogliare la verza, con molta difficoltà perché pare molto compatta. Guardatela mentre capisce con sconforto che non ci può fare gli involtini. Abbiate pietà di lei mentre cerca ‘verza bianca’ su google, scoprendo che la verza che voleva lei era la verza milanese (!), e trovando solo: A. la procedura per fare i crauti; B. ricette complicatissime dimolto al di fuori della sua portata; C. noiose e riduttive insalatine. Osservatela poi che prende un coltellazzo dal ceppo e tenta di tagliarla a metà, senza successo, perché dentro è troppo dura. La scema quasi in lacrime prenderà il telefono e chiamerà mamma in cerca di una soluzione. Illuminata dal senso pratico materno, la scema farà grossolanamente a pezzi l’intera verza, punendola per il suo essere sbagliata. La lesserà in acqua salata. La scolerà, la maciullerà ulteriormente e rabbiosamente con la forchetta in una cofana. Ci aggiungerà due mozzarelle a pizzichi, parmigiano, pezzetti di provola dolce, striscioline di prosciutto cotto, pezzetti di burro, latte, e mischierà tutto. Colerà il guazzabuglio nella teglia unta. Spolvererà di parmigiano. Infornerà. Estrarrà, verserà una leccata di uovo sbattuto, onde dar vita a una crosticina, reinfornerà.

Mangiate caldo e con ottimismo. Dite alla scema che è buono.

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