Il 17 gennaio dell’anno scorso scrivevo questo:

 […] Ma arriverai, e suonerai, e anche se saranno le cinque del mattino io mi laverò di corsa i denti, perché ti vorrò baciare senza neanche farti dire ciao, […] e ti salterò al collo e ti bacerò.
Anche se ti vedo per la prima volta.
Anche se sono le cinque del mattino.
[…]
Io ti bacio. 
Se non lo faccio, ti devo un tè.

Sali, va, che te lo preparo.

Stamattina alle sei, dopo un anno e mezzo da questo post, sei salito con i cornetti, e io ti ho fatto l’Earl Grey.

È ancora surreale vederti a Roma, ancora di più vederti che porti la colazione e poi vai via dopo un’oretta (di nuovo in viaggio) come se niente fosse, come se abitassi a cinque minuti da me, così, normale, suoni, apro, entri, stai lì, vai via, saluti. E invece è una specie di piccolo miracolo perché in un anno e mezzo questa è la seconda volta che entri in casa mia a Roma, a causa di impedimenti materiali (lavorativi) incredibili a chi non li vede da dentro, ma io li vedo, e ci credo, e paziento, e quindi, stamattina, i cornetti e l’Earl Grey, sono stati un piccolo miracolo nella luce fresca delle sei del mattino. E poi, quando sei andato via e io non ti volevo lasciar andare, mi sono rimessa a letto a dormire un altro po’, che avevo ancora il tuo profumo attaccato ai capelli, e mettere il piccolo miracolo tra due parentesi di sonno lo ha avvicinato ancora di più alla dimensione del sogno. Non ci fossero stati i cornetti in cucina avrei dubitato di averti baciato. Me ne sono mangiati tre. Ho sorriso tutto il giorno.

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