È mezzanotte e mezza e Roma mi ha accolto ubriacandomi di odore di pioggia e gelsomini. Gelsomini che imitano l’odore delle farfalle per fare sesso tra loro, ho scoperto. Se è scientificamente dimostrabile o no non lo so, ma così c’è scritto in un certo romanzo. Sul treno finisco Franny e Zooey di Salinger, me lo sono letto in inglese, facendo fatica perché è denso, complesso, verboso, come un testo teatrale, forse lo è, non lo so, non sapevo niente di questo libro prima di comprarmelo, e me lo sono comprato perché l’ho trovato usato su una bancarella, con le pagine giallegialle e puzzose di carta vecchia, e la copertina minimale, bianca, con il titolo nero a caratteri eleganti, con le grazie, sembrava il libro degli anni cinquanta che è, e invece poi guardo meglio ed è una ristampa del novantuno. Insomma me lo compro e me lo leggo senza saperne niente a parte le cose che si sanno di Salinger, non voglio fare ricerche, mi tengo la testa vergine e me lo leggo come una scalata, arrancando con piacere e sudore su un inglese super smart, super witty, pretenzioso, un po’ snob e godendo dei dettagli minuziosi, geniali. I dettagli, la palla con la neve, il sigaro di Zooey, tutte le sigarette fumate da Bessy e da Franny, le pulci del gatto, l’elenco del contenuto dell’armadietto del bagno che mi pare il catalogo delle navi dell’Iliade, la vestaglia di Bessy e le lumache di Lane, la rivelazione finale, che mentre la leggo il capotreno annuncia Termini e io finisco e chiudo e scendo dal treno stordita, a pensarci su, a chiedermi se è una rivelazione o una stronzata, a chiedermi se me la ricorderò o se la dimenticherò nel mare di cose che leggo e che vedo in una sorta di bulimia culturale di cui poche cose restano, poche cose sopravvivono nel tempo nella mia testa e nelle mie cellule, e sono cose che non scelgo io, decidono loro, con criteri imperscrutabili, di rimanere, e segnarmi. E alla ricerca di quelle io leggo, leggo, guardo, guardo, come il setaccio di Paperone nel Klondike mi tuffo nell’acqua nella speranza che mi resti dentro qualche grammo di polvere d’oro, a forza di tuffarmi.

E poi torno a casa e il tassista è simpatico tranne le solite cazzate sull’Ammazza te sei annata a pijà un milanese, e parliamo di Ignazio La Russa, di Fiorello, di conigli e pappagalli, e arrivo a casa e Ste mi ha lasciato la cena e un biglietto, e camera mia è di nuovo sfitta e vuota e grande, e io disfo la valigia e dentro c’è una confezione di bacon, una maglietta fottuta a Lui per dormirci, un flacone di bagnoschiuma al sandalo finalmente trovato e comprato con gioia, e nel prossimo libro che leggerò, dentro, c’è un quadrifoglio, perché nel suo giardino c’è un proliferare di quadrifogli e pentafogli che neanche Gastone, e non si capisce se questo vuol dire che lui è fortunato o che ha bisogno di parecchia fortuna.

Intanto abbiamo salvato un coniglio selvatico dall’arrotamento, l’abbiamo rimpinzato di carote e lattuga, l’abbiamo chiamato Su (acqua in turco, come ho scoperto giorni fa mentre cenavo con davanti il cartone di succo di frutta Bravo con gli ingredienti scritti in una babele di lingue) e l’abbiamo affidato a un centro del WWF. Ci siamo sfasati i bioritmi andando a dormire alle cinque senza motivo e alzandoci alle quattro, e ora sono qui a casa col jet lag, stordita da film, cibo, sesso, quadrifogli, libri, sogni, incubi, musica, pensieri, e scendendo dal treno penso che se e quando questa lontananza sarà cancellata, a me tutti questi treni mi mancheranno un sacco.

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