Ho finito la traduzione e le mie sere sono libere. Ho ripreso a guardare serie al pc e leggere tantissimo. Sono a casa da sola e fa caldissimo e giro nuda e scalza, al limite in mutande. Ogni tanto mi scordo di tirare le tende, poi mi ricordo che sto in mutande. E le chiudo. Accendo una luce qui e una là, non accendo mai il lampadario, fa una luce spietata, inelegante. L’abat-jour vicino al letto, la lampada verde sul tavolo. Accendo gli incensi a finestre spalancate, fumo. Mi alzo mille volte dal computer per prendere un bicchiere d’acqua dal frigo, un bicchiere di gelato dal freezer, per farmi i popcorn, per portare di là il piatto, per andare al bagno, per mettere a posto il cordless, per affacciarmi al balcone e vedere se sul lampioncino di sotto ci sono i due gechi. Ops, sono in mutande. Torno dentro. Guardo Mad men e rabbrividisco al maschilismo dell’epoca. Agli schemi sociali terrificanti. Guardo l’ultima puntata di Lost, un po’ stancamente. Guardo The Big Bang Theory e non so se mi identifico più con la vicina di casa femmina e normale o con i quattro nerd, guardo Gossip Girl solo per guardare i vestiti. Leggo la Pulsa, leggo Saul Bellow, leggo questo, leggo tutti i fumetti che ho comprato per me e per lui a Crack, leggo Zoo della Santacroce e poi mi incaponisco a finire V.M. 18 per provare a decidere se è letteratura o solo seicento pagine di follia utile a fermare le porte. Vado al cinema, vedo zone di Roma che non conoscevo, prendo autobus senza chiedere niente a nessuno, benedico il sito dell’Atac che mi permette di ridurre al minimo l’interazione sociale e l’aria smarrita e mi regala l’aria di un’autoctona mentre leggo furtiva i nomi delle fermate e scendo a quella giusta come se fosse casa mia. Cucino poco, ho poca fame, mangio chili di frutta, hai visto mai che mi si sfina questo girovita da gestante, intanto mi rimetto gonne, e zoccoletti e ciabattine, e dalle macchine per noi i complimenti dei playboy, poi però torno alle adidas perché sì vabè fa caldo ma in due giorni di tacchetto ho già i piedi tutti scartavetrati. E poi faccio tanti sogni, e una collega che somiglia a Charlotte di secsendesiti si trasferisce a New York, guarda un po’. Ieri vedo per la prima volta Pushing Daisies e mi innamoro, di lui che sembra Nicholas Cage, di lei che sembra Julie Andrews, dei colori, della storia, dell’accento del narratore, dell’ironia, dei campi di margherite gialle e delle torte che sanguinano frutti rossi. Fumo tanto, il caldo, non so perché, mi alleggerisce le sigarette, quasi non le sento, lisce come l’olio, e bevo, bevo, bevo, e cambio lampadine e pago bollette, e regalo libri, e vado a vedere l’inaugurazione di un take away greco, e non lo so, intorno a me ho gente bella, e sono di più della gente brutta, e mi piace un sacco come qui a Roma ci si ritrova a consigliarsi magliette con una signora a una bancarella come se fosse mia zia, ma secondo te questa o questa? Quella, dico io, quell’altra è troppo grande, io invece qua non so che colore, mah il viola se non ce l’hai già, no, ce ne ho tante, magari vado di blu, ma sì, dai.

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