Oggi ero sull’autobus che mi portava al lavoro insolitamente presto (un collega fa gli anni e ieri ha promesso il rinfreschino in terrazza in mattinata, quindi ho anticipato la sveglia. Quando si parla di panza, si mette da parte il sonno) e la radio mi esordisce a tradimento summer has come and passed…. Pelle d’oca. L’inno del primo settembre, l’apologia del post-orgasmic chill di fine vacanza. I Green Day. Ma io non mi voglio svegliare quando settembre finisce. Sono afflitta dalla nostalgia della Scozia e dell’uomo, ma ho una strana voglia di inventarmi qualcosa di nuovo, di progetti. Come sta dicendo tutta la blogosfera, è più progettuale settembre che il primo gennaio.

Questo mese non riesco a reperire un cazzo di abbonamento. Una misteriosa penuria di abbonamenti cartacei ATAC mensili da trenta affligge edicole, tabaccai – e persino la western union – della capitale. Insomma me lo devo proprio andare a fare quello magnetico. Mi arrendo.

Mentre bestemmiavo fra me e me per l’assenza di abbonamento e uscivo dalla stazione tibbburtina con in mano il dylandog nuovo di consolazione (e a proposito di DYD, una disegnatrice allieva di Stano sta illustrando un mio racconto di Toilet e ciò è fichissimo), ho frenato in velocità e sono entrata in libreria perché mi è venuto in mente che volevo un libro di cui ho letto in giro di recente su blogger bibliofili di fiducia. Un libro che è in giro da parecchi anni e campa di passaparola. Una banda di idioti, di John Kennedy Toole, Marcos y Marcos. Peccato che – nella confusione mentale da primo giorno di lavoro – in testa avevo questi dati: Marcos y Marcos, copertina con omino panzone, Diego da Silva, “bastardi” o “bastardo” nel titolo. Diego Da Silva ho poi capito che non c’entrava una minchia, ma ne avevo sentito (letto) parlare bene. La casa editrice l’avevo azzeccata, la copertina pure, il titolo manco per niente, ma l’ho scoperto solo quando sono tornata a casa a mani vuote e dopo aver passato in rassegna sul terminale col gentile Massimiliano tutta una serie di titoli tipo Bastardo dentro, Sei un bastardo, La banda dei bastardi, Cagnolini e bastardini, ed esserci arresi in preda a scoppi di ilarità.

Il consorte arde dalla voglia di partire ancora, di viaggiare, di vedere altri posti e/o di tornare in Scozia. Come si suol dire, ha il pepe in culo. Gli è piaciuto e ci ha preso gusto. Anche considerato che easyjet escluso, abbiamo girato due terzi di scozia in due settimane spendendo in due poco più di mille euri. Clapclap.

Sto leggendo con diletto Ash Wednesday di Ethan Hawke, l’ho comprato usato a Edimburgo durante una sbavante incursione in una botteghina polverosa vicino Grassmarket. In Italia lo pubblica Minimum Fax. Ebbravo Ethan, non solo sei fico e sei stato sposato a quella topa di Uma, scrivi anche robe godibili. Un pozzo di virtù. Nella botteghina ho comprato altre cose e quando vado a pagare la fanciulla coi ricci piccoli piccoli che mangia fish and chips dietro il banchino mi fa “Questo l’ho letto l’altro ieri, bello”. “Io l’ho letto in italiano” (l’ho comprato per regalarlo), ci ho detto, “di lei ho letto tutto in realtà”. Mi sorride. Io godo per l’episodio di comunione internazionale nella bibliofilia.

Durante tutto il viaggio in Scozia ho letto, come previsto, la Trilogia della città di K di Agota Kristof, amandola incondizionatamente.

Al ritorno ho finito Edera, della turca Sebnem Isiguzel, che avevo lasciato incompiuto a casa, un libro stranissimo e bello che gira tutto intorno alle coincidenze, e da quando l’ho finito non faccio che notare coincidenze. Che coincidenza.

Sgusciare i gamberetti lessi senza guanti alle otto del mattino non è una buona idea se non vuoi ricordartelo con dolore per tutto il giorno annusandoti i polpastrelli. Non è una buona idea neanche scongelarli in frigo senza mettere un coperchio al tupperware se poi non vuoi mangiare uva aromatizzata al gamberetto. Ma ormai è troppo tardi.

Sto guardando Brothers & sisters e mi affascina il fatto che parlino così lentamente, in modo così scandito, così impeccabile. Mi affascina perché è del tutto inverosimile. E rilassante. Ho capito che Rachel Griffiths ha un debole per le serie tv che cominciano con la dipartita di un capofamiglia. Calista se già mi stava sul cazzo prima con i suoi enormi bronci, la sua aria eternamente perplessa, la sua fisionomia che ci ricorda un Jack-o’-lantern in cima a una scopa, adesso che fa la repubblicana mi sta ancora più sul cazzo.

L’altra notte mi sono affacciata al balcone e sotto in strada c’era uno su un monociclo.

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