"Now I have a theory that if a woman wants to keep a man she only needs to say two things: she believes in him and he’s got a big cock. That’s all it takes. It doesn’t even have to be true".

"Ho questa teoria, che se una donna vuole tenersi un uomo deve dire solo due cose: che crede in lui, e che ce l’ha grosso. E’ sufficiente. Non serve nemmeno che sia vero".

Ethan Hawke, Ash Wednesday, p. 149


Mi sono messa lo smalto rosso sangue arterioso per colpa sua. Tenere la sigaretta tra le dita di questo colore è di una voluttà favolosa.

Ieri ho pensato voglio sapere dove sono tra dieci anni. Poi ho pensato no, non lo voglio sapere. Sono felice e in pace per alcune cose, ed è facile capire quali. Sono irrequieta per altre, e ogni giorno mi chiedo se sono in grado, dove andrò a finire, sono brava, no non sono brava, finirà e non per colpa mia, finirà per colpa mia.

Quando morirò cosa vedrò guardandomi indietro, quali sono le cose che ricorderò, di cosa sarò fiera, di cosa no. Non sono fiera di molto: tutte le cose buone che mi sono successe mi sembrano colpi di fortuna, mi sembrano non essere merito mio, tutte le cose cattive invece naturalmente sono miei errori, mie mancanze.

Quand’ero piccola – e ogni tanto anche adesso – pensavo che me ne sarei andata giovane, non so perché, quindi non mi ponevo tanto il problema del salto nel mondo degli adulti. E invece sto qua davanti al confine, vicina vicina a quelle decisioni che ti fanno definitivamente uscire dall’eden e mangiare dell’albero della conoscenza, citando il libro che sto leggendo, che no, non è la bibbia, ma è quello citato sopra. Diciamo che a ventinove anni sono anagraficamente già ben oltre quella linea di demarcazione, però quelle decisioni non sono ancora state prese e questo mi concede una proroga.

Mi piace quello che sono? Sono orgogliosa di qualcosa? Il compito di questo mese me lo do da sola invece di ascoltare Brezny, ed è di dare un taglio all’eccessiva autocritica e valutare con più obiettività i miei meriti e le mie colpe. 

 

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