Di ritorno da casa madre incappo sull’autobus nel peggior compagno di viaggio che mi sia mai capitato, e teniamo conto per favore che io ho il culo su un treno o su un autobus per minimo tre weekend al mese senza contare i vari viaggi estivi. Salgo sull’autobus e cerco il mio posto, mi siedo, ignara, serena. Il mio vicino di posto è uno tra i trenta e i quaranta, magro, con baffi e pizzetto, con pantaloni gessati, camicia celeste e giacca di pelle. Mi accorgo subito che il viaggio (più di tre ore di taglio orizzontale dello stivale) non sarà divertente.

Me ne accorgo già dal primo SNIFF. Penso ok, è autunno, molta gente è influenzata, magari è raffreddato, ora estrae un fazzoletto. SNIFF. Non sarà così per tutto il viaggio no? Non può piovere per sempre, neanche in un naso. SNIFF. Odio essere costretta a fare questa analisi ma dal tipo di suono non mi sembra che questo stronzo sia raffreddato, ma che semplicemente abbia il simpatico tic di tirare su col naso. Calma. Jun mantieni la calma. Ce la farai, sono solo tre ore, ti metterai le cuffie (no, non servirà, lo so, l’idrovora è rumorosa), dormirai (magari), leggerai e ti astrarrai dalla grama realtà. Sai cosa puoi fare per non sclerare? Contali. Conta gli sniff, vedi che almeno ti distrai.

Prima di arrivare al casello della MIA città, gli sniff sono già trentacinque. Comincio a pensare che il tizio si faccia di cocaina, il che spiegherebbe delle narici irritate, e spiegherebbe anche le altre simpatiche peculiarità dell’omino, cioè che non sta fermo, mai. Si agita sul sedile, e sbuffa. Nel suo sbuffo un desiderio di condivisione della sua scomodità, c’è tutto un mondo in quello sbuffo, tra uno sniff e l’altro, c’è un: ehi voi, non vedete come sto scomodo seduto qui, ché io sono abituato a ben altri tipi di viaggio, a me di solito mi porta Battista con la limo ma sto weekend gli si sposava la figlia, oh la mia povera schiena, me misero e me tapino, io in mezzo a voi plebe di merda neanche ci volevo stare, ma chi me l’ha fatto fare di andare in quel buco abruzzese sto weekend che io invece sono capitolino e su questo autobus provinciale dovreste stendermi i tappeti rossi. Tutto nello sbuffo, giuro, l’ho sentito. Mentre sbuffa, si agita e tira su col naso (ottantadue) a intervalli regolari quanto una tortura cinese (venti secondi esatti), sgomita. Io ho tirato giù il coso divisorio perché immaginavo che sarebbe stato necessario delimitare i rispettivi spazi vitali affittati a diciassette euro, o lui non avrebbe avuto chiaro fino a che punto poteva agitarsi. Il suo gomito supera abbondantemente il limite, e io tento più volte di fargli capire – come Johnny a Baby in Dirty Dancing – che questo è il mio spazio e questo è il tuo, tirandomi su con la schiena e appoggiandomi coi gomiti sul tavolinetto davanti, sbuffando (famo a chi sbuffa più forte?). Lui non capisce o semplicemente ignora le esigenze della plebe che lo circonda. Allora tenta di astrarsi e distrarsi estraendo il suo cellulare (indovinate se ha abbassato la suoneria?) che a una rapida occhiata sembra risalire ai tempi di Bush. Padre. Ticchetta messaggi, e lo fa ogni volta che lo faccio io. Solo che io quando ho comprato il cellulare la prima cosa che ho fatto è stata togliere il tono ai tasti. Lui invece quando può rompere il cazzo al prossimo non si risparmia, e ci ha tenuto un fastidiosissimo tip tip tip. Tippete tippete tip. Rimette a posto il cellulare, si tira su con la schiena, si riabbatte sul sedile come un boeing che precipita, nella speranza che la casualità della caduta gli faccia trovare una posizione comoda. Un po’ credo che mi odi anche perché io sto comoda e si vede dal fatto che sto ferma immobile come qualsiasi cristiano adulto. Lui continua a dimenarsi e sbuffare come un settenne che ha bisogno del ritalin. Centoventitré. Lo odio sempre più. Ai tic se ne aggiungono altri o forse sono io che sto impazzendo e li noto. Tipo si gratta la testa. Scrat scrat. Sempre con la mano destra, sempre dalla parte mia e sempre inclinando la testa verso di me, così hai visto mai che perdo un po’ di forfora, lasciamola cadere su questa plebea. Un tic anche quello: a meno di non avere preso la tigna dal gatto, nessuno in salute ha bisogno di grattarsi la testa così spesso (abbiamo già parlato del naso, stessa storia). Per svariare, di tanto in tanto si liscia la barba, che di per sé non mi darebbe fastidio ma unito all’irrequietezza generale fa sì che io inizi a sfregarmi le dita sui jeans per affilare le unghie con cui tagliargli la gola da parte a parte e finire precisa precisa sul tg delle 20. Duecento. Spesso sbadiglia. Senza coprirsi la bocca con la mano. Forse quando la maestra spiegava all’asilo che ci si copre la bocca lui era a casa con la febbre, e così a tutte le amenità si aggiunge il fatto di essere investita da sventagliate del suo fiato. Che puzza, che ve lo dico a fare. Siamo al casello di Lunghezza e c’è coda. Qualche incidente, passa la polizia e poi l’ambulanza. La merda sbuffa più forte, come se tu guarda questi stronzi che si spatasciano sulle autostrade facendomi far tardi alla cena dalla marchesa.Duecentoventicinque in tutto. Settantacinque all’ora. Uno ogni 1,25 secondi in media.Tiburtina, il naufragar m’è dolce in questa stazione. 

Vi scrivo su cristinaricci nuova nuova che ancora non le ho consumato le letterine sui tasti con i miei polpastrelli abrasivi, su un nuovo documento di openoffice per la gioia del massimo fan dell’open source che io conosca. Da ieri sono la fiera possidente di un paio di Onitsuka Tiger viola coi fiorellini e le bande dorate che credo siano le scarpe più belle mai avute nella mia intera vita e io poi guardando il sito ho letto anche che Onitsuka San, fondatore della Asics, fu il primo a convincere Abebe Bikila a mettersi un paio di scarpe, le sue, naturalmente. Possiedo anche cinque nuove paia di calzettoni a righe presi praticamente al chilo al mercato, e le ricariche di calzettoni a righe a me mi fanno bene all’umore, sempre, anche se per poco. Per esempio quando viaggi con un coglione vicino, ecco, i calzini non aiutano.

Annunci