Io e mia sorella abbiamo portato mia madre a spasso per Roma. Pur essendoci stata varie volte in passato per motivi poco piacevoli (parenti in ospedale), non l’aveva mai girata da turista, per cui si è trascorsa la domenica a scarpinare per tutte le principali tappe di un visitatore novello, approfittando di tutte quelle cose che paiono essersi aperte in suo onore, come l’altare della patria o il Pantheon, con il sole che illuminava a festa manco fosse agosto.

Vedere mia madre per la prima volta in questa parte della mia vita, normalmente separata in modo netto dalla dimensione “casa natìa” come se fosse una partizione dell’hard disc, mi lascia in crisi.

Portare a spasso mia madre, ospitarla, mostrarle cose per la prima volta, mi fa lo stesso terrificante effetto di quel paio di volte che ho cucinato per lei. Il capovolgimento dei ruoli mi catapulta nella consapevolezza del tempo che passa. E mamma mi sembra piccola, mi viene voglia di difenderla, di portarla per mano.

E vado in crisi.

Ho inzuppato la federa appena cambiata, ieri notte, come feci una volta da piccola per lo stesso motivo, per la paura del tempo che passa, delle cose che cambiano e anche delle cose che non cambiano. Ho cercato consolazione da chi non mi poteva consolare perché è sulla stessa barca, e mi sono fatta entrare in testa che la consolazione è proprio quella di avercelo, su quella stessa barca, ché per lo meno possiamo tenere un remo a testa e arrivare più veloci, con meno fatica, senza imbarcare troppa acqua.

Sarebbe bello avere qualche certezza in più, ché io non sono una fan del cambiamento e delle cose effimere, volatili, precarie, ma perlomeno cerco di aggrapparmi alle poche che ho, e lui è una di queste.

E ora aspetto che mi passi il magone.

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