Pare che un titolo gettonatissimo per i manoscritti sia Amo ergo sum. Ne arriva uno al mese, tipo. Fantasia a vagonate.

Io oggi sono felice. Sono felice proprio. Cioè, “oggi” è già una parola grossa, perché la sensazione di felicità è l’epifania di un attimo, è tirare la testa fuori dall’acqua un momento, respirare, e poi tornare sotto a nuotare come sempre tra varie correnti umorali più o meno calde, più o meno violente.

Ieri invece ero triste, così, senza motivo. Lo scrivo a lui: oh, sono triste, ma così, niente di grave, ti puoi inventare qualcosa, anche una cazzata, per favore? Un messaggino, una sorpresa, qualcosa? Lui glissa, io penso vabé, giusto, le sorprese non si chiedono. Poche ore dopo mi chiama per dirmi che è a quaranta chilometri dalla capitale. Sono al lavoro e al telefono inizio a ridere e mi si alza la voce di un’ottava o due, i colleghi già capiscono che c’è qualcosa di bello. Quando poi mi sentono telefonare all’albergo per una stanza (visto che non posso chiamare la novella room-mate e dirle se può portare il culo a casa di sua cugina con un paio d’ore di preavviso), iniziano a farmi la stecca (gesto di scuotere di scatto una mano per far scontrare indice e medio – da una discussione sul forum di wordreference). Mentre aspetto che lui arrivi loro vanno via alla spicciolata in un fiorire di ammiccanti Allora buona serata, eh! Mi viene a prendere in ufficio e posso finalmente fargli vedere dove passo le giornate. Ammira i quadri, dice Quanti libri! ,dico Eh, mica lavoro in uno zuccherificio!, lo guardo gironzolare e a vederlo qui dentro mi pare di vedere un fantasma, qualcuno da un’altra dimensione. Io rido, rido, lo guardo e rido.

Inizia il nubifragio. Arriviamo a casa mia dove devo prendere due cose e non si vede a tre metri dal muso del doblò. Per andarci a prendere qualche tranciodi pizza per cena, guadiamo dei laghi con l’acqua a metà polpaccio, ormai indifferenti all’acqua nelle scarpe nei calzini nei jeans negli organi interni. Poi troviamo l’albergo e gli allaghiamo la hall, fuori tuona tutta la notte, la mattina dopo prestissimo lui si rimette i vestiti umidicci del giorno prima, facciamo colazione, prendiamo i cornetti per tutti, mi porta a casa, io rido, lui ride, riparte, e io salgo in casa, mi preparo zitta zitta che tutti dormono, sono le sette, mi asciugo la frangetta fuori sul balcone, fortuna che il filo ci arriva, così non sveglio nessuno, esco presto, me la prendo comoda, vado al lavoro, faccio cose, vedo gente, e ripenso che ieri lui stava qua, e niente. Sono felice.

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