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Il memo di questa settimana, anzi, di quest’anno è Non andare nei bagni pubblici delle stazioni. Perché poi anche se fuori c’è tanta gente e tu non ti immagini di poter correre dei pericoli, sei a Roma in una stazione affollata, mica in una periferia deserta, mentre scappi perché ti scappa, trovi i bagni deserti sotto la stazione ostiense, e mentre ti stai rivestendo, chiusa dentro a chiave, con la coda dell’occhio vedi un movimento e lì per lì pensi Sarò io riflessa in una parte metallica della porta, e invece poi alzi lo sguardo e nella fessura laterale della porta c’è un occhio, che non è il tuo riflesso, ma di un qualche figlio di puttana, e guardi giù e vedi i piedi muoversi e allora d’istinto dai un cazzotto fortissimo alla porta strillando CHICAZZOÈ, e il figlio di puttana scappa ma felpato come un gatto, non senti niente, vedi solo che non c‘è più l’occhio e non ci sono più i piedi, e tu non lo puoi rincorrere perché hai le braghe calate e pensi adesso telefono a Lui così faccio sentire che parlo con qualcuno al telefono e vedi che il telefono non prende neanche per scherzo perché sei nel sottosuolo e allora ti rivesti e quando esci dal bagno con il cuore che martella è tutto deserto, e quando risbuchi fra la gente sul corridoio che collega i binari di ostiense all’ingresso della metro Piramide ti guardi intorno pensando Era uno di questi, era uno di questi ma non lo saprò mai e non lo potrò massacrare di pugni in testa e spaccargli il setto nasale con una testata e piegarlo in due con un calcio nelle palle, e tremi mentre vai, un quarto per la rabbia e tre quarti per la paura, perché se non era solo un guardone, tu eri là e il bagno era deserto e prima che qualcuno ti sentisse strillare avrebbe potuto essere veramente troppo tardi e pensi Scema, imbecille, la prossima volta piuttosto te la fai sotto, promettimelo. Me lo prometto.

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