«Là!» «Dove?»

Non è cambiato niente, sono ancora triste, quindi che aggiornamento è? Mi chiedo ancora se è solo languore estivo o tristezza vera. Lì per lì se mi parli o se mi incontri non si vede. Dico cazzate, rido, anche. Faccio gente e vedo cose. Sono gentile, e zen come d’abitudine. E però.

Ho passato un lunghissimo weekend di ospitata di consanguinea, la quale fresca e riposata ha voluto naturalmente uscire tutte le sere comprese quelle al termine di giornate per me lavorative, ragion per cui io oggi ho dormito tipo fino all’una e mezza. Nel corso dell’ospitata siamo andate a friggere sugli spalti di Roma09 sotto quarantadue gradi di freschezza, mentre dall’altra parte Totti guardava le gare dall’ombra, abbiamo mangiato indiano a Trastevere, fritture a Ostia dopo il galà dei tuffi, piadine fuori dall’Auditorium in attesa di Antony and the Johnsons, meraviglioso per carità, una pelle d’oca alta così e una tenerezza che volevo abbracciarlo e rimboccargli le coperte la sera, ma a quel prezzo poteva degnarsi di deliziarci per più di un’ora e mezza. Guardo The Wire, rimugino sull’oroscopo di Brezny, mi faccio venti chili di popcorn, penso a cosa mi metto per il mio compleanno, sudo al pensiero della valigia per venerdì, quella valigia terribile su cui c’è scritto Tutto quello che dimenticherai di metterci scordatelo per tre settimane. Ironicamente, leggo Oh, che splendore la mia vita. Poi sistemo traduzioni, scrivo, mi abbrutisco nell’operazione prepartenza di nome Svuota il frigorifero e la dispensa di tutte le cose deperibili e non fare mai più la spesa fino alla partenza, quello che c’è c’è. È un’esperienza autopunitiva e disciplinante: non ti chiedi più cosa hai voglia di mangiare. Quale voglia? Chi sei? Che vuoi? Chi ti credi di essere? Apri il frigo, e quello che c’è, mangi, e zitto.

Tra una decina di giorni compio i miei primi trenta. Non ci voglio arrivare così triste quindi mi auguro che la vita mi sorprenda nel frattempo.

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