Ho la mania di chiudere le cose. Trovo un’anta aperta, la chiudo. Prima mi irrito da morire, mi faccio tutto un discorso in testa – ma solo in testa perché sono consapevole della follia – in cui mi dico Che cazzo, potevo sbatterci la testa, e se ci sbattevo la testa? Vedi, questi sono cardini, sono fatti apposta per aprire e poi chiudere, chiudere, capito? Che già in questa casa non ci si sta perché è piccola e tenere aperta un’anta è un lusso! Il tutto nella mia testa. Poi la chiudo. Chiudo il coperchio del bidone della spazzatura, chiudo il computer, chiudo le cerniere della borsa, chiudo il telefono. Le finestre no, quelle le apro, ché mi manca l’aria. Ma la cosa che più mi fa incazzare è che chiudo le finestre al computer. Le chiudo, compulsivamente, anche se le devo riaprire quattro secondi dopo, e infatti le riapro e mi dico Ehi, stavolta non la chiudere, che tra un po’ ci dovrai rientrare, e invece esce un omino dal mio io psicotico e la chiude senza che io me ne accorga e quando devo di nuovo andare in quella cartella e la cerco sulla barra, non c’è, perché l’ho chiusa.

Sono su Adobe Premiere da una settimana, e quando esco dall’ufficio, in sovraimpressione alla strada, al tram, alle persone, vedo finestre, anteprime, avi, mpeg, mp3, tracce audio, effetti, transizioni, dissolvi al nero, blur in, blur out, menu. Come quando sono andata sotto col Tetris e ci giocavo con le barrette davanti agli occhi ovunque andassi, o quando con word challenge continuavo ad anagrammare l’universo mondo.

Voglio un caleidoscopio, e una lomo.

Mi piace il silenzio. O la musica o il silenzio. Io parlo piano, quasi sempre. Il cellulare è sempre sulla vibrazione. All’università i professori mi sgridavano perché non mi sentivano. Quindi mi incazzo tantissimo quando il mondo vuole farmi partecipe delle sue conversazioni e delle sue suonerie, quando il cellulare di qualcuno sul tram suona, fortissimo, e il tenutario prima non lo sente, poi lo sente e rovista dieci minuti nella borsa, poi guarda il display per altri cinque minuti, ebete, forse indeciso se rispondere o meno, e poi se la madonna lo vuole, risponde. Io nel frattempo, che in cuffia ho La Pina e Diego e sto tornando a casa stanca e irritabile e vorrei una santa pace di dio condita dalle scemenze di quei due in radio, non riesco a sentire un quarto d’ora di programma, sovrastato dalla suoneria e dalle conversazioni dei mentecatti.

Sto come uno yogurt scaduto. Ho sonno. Quello del piano di sopra si alza alle sei e mezza e si mette le scarpe alla Berlusca, col tacco, e galoppa in lungo e in largo per il suo appartamento, inducendomi sogni ippici e infine svegliandomi, incazzata come un furetto. E stamattina, oh sì, sono salita. Indecisa su quale fosse l’appartamento, ho aspettato in corridoio, in tenuta notturna, con le pantofole di Homer e la maglietta con scritto I love porn. L’ho aspettato che sembravo il teenager del Columbine, solo disarmata. Quando è uscito gli ho detto che ha rotto il cazzo, ma con gentilezza, lui ha detto che ci farà più attenzione, e me ne sono tornata giù.

Ho iniziato a bestemmiare a mente. Mai bestemmiato in vita mia ma adesso ho cominciato a pensarle.

Stasera mi faccio curare da Tori Amos, e sabato dai Lamb.

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