Sono in montagna, una montagna brulla, ghiaiosa, rocciosa, zero vegetazione. Sono con due persone esperte di trekking, le seguo. Loro vanno spediti, io vado cauta a ogni passo, con la paura di scivolare e precipitare. Arriviamo a una discesa ripida che finisce su un ponticello, da farsi con una corsettina in scivolata. Loro vanno avanti, io mi fermo, non la voglio fare, ho paura. Allora decido di tornare indietro e vaffanculo, ma la strada che ho già percorso, a ritroso, di colpo è diventata più difficile di come me la ricordavo, piena di strapiombi e tratti rischiosi. Sono bloccata, non posso andare né avanti né indietro, e non c’è nessuno ad aiutarmi. Mi sveglio con l’ansia.

Mi sveglio ed è domenica e sono in casa madre. C’è un gran sole e io esco in pigiama di pile con la macchinetta al collo a immortalare cani, gatti, pozzanghere, ulivi e palette autunnali. A pranzo c’è lasagna e pollo arrosto. È tutto perfetto.

Eppure.

 

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