Una delle cose che mi sono successe in questi anni che non scrivevo è stata questa. A un certo punto (prima di impazzire con lo sport) mi sono accorta che tutte le mie attività ricreative erano di fruizione passiva: le serie, la lettura, il cinema, i mille concerti. Allora mi è parso giusto vedere se non era il caso di trovare una cosa da fare in cui fossi effettivamente io a fare qualcosa e non solo starmene seduta ad ascoltare. E quindi ho pensato che mi mancava proprio cantare, con il fatto che ho sempre cantato in macchina e a Roma non ho la macchina, e mi sono cercata un coro (perché se c’è una cosa che mi terrorizza e che non ho intenzione di superare, è l’idea di esibirmi da sola a fare alcunché davanti a un pubblico). Un coro pop/rock, perché pur amando il classico, Mozart, tutti gli amichetti suoi, di base il sacro non ci interessa e trovare un coro classico che canta gli Ave Maria senza particolare fede in quel che canta, ne converrete, è un po’ complicato.

Sono anni quindi che una volta a settimana vado a cantare con una ventina di persone estremamente eterogenee in tutto, unite dalla gioia di dare aria alla bocca.

E insomma sabato scorso ci siamo ritrovati a cantare con altri sette cori, in una chiesa, dove eravamo i più sbarazzini in mezzo a una schiera di classicisti, e dove abbiamo infilato i Coldplay e Sister Act tra un Rachmaninov e un Mozart. Con loro abbiamo cantato, tutti insieme, 180 persone (CENTOTTANTA), due diversi Ave Maria, per un totale di pelle d’oca difficilmente calcolabile, e mi sono ricordata del concertone di voci bianche, ancora per poco, in cui il sindaco ci chiese il bis dell’Alleluja di Händel, preparato e diretto dalla professoressa di musica delle medie, madre di un oboista di Santa Cecilia, che si distingueva dalla tendenza dell’epoca rifiutando di farci riempire di sputo i flauti e facendoci soltanto usare quello che lei chiamava LO STRUMENTO DIDDIO, la voce.

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