Di solito va così, che c’è una cosa che voglio fare e comincio a chiedere in giro chi è che la vuole fare con me. Passano i giorni e capita che la gente ha da fare, non può, non vuole. Alla fine, un po’ a malincuore, la faccio da sola. E poi sono felice.

Domenica mattina è arrivata di botto l’estate e invece di fare il cambio armadi ho preso Lemonade (la bici) e siamo uscite. Ci siamo messe la protezione trenta fin dove siamo arrivate dietro le scapole, abbiamo preso la metro, poi la ciclabile dalla Salaria, poi la tiberina. Prima a nord, dov’è tutto verde rosso bianco e blu e pedali in mezzo a una parata d’onore di papaveri e erba altissima, cardi viola e malva rosa, che se per ora sono molto suggestivi, a breve se non sfalciano si mangeranno una corsia. Poi ci siamo fermate un po’ a tor di quinto a guardare le tartarughe, e i supertele che cadono in acqua e nessuno si azzarda ad andare a ripescare nel laghetto melmoso, a mangiare taralli e una mela, e poi siamo ripartite. Di nuovo a sud, passando per Ponte Milvio, e giù lungo il tevere, sotto i ponti, con i germani che nuotano vicino ai canottieri, e gli operai che montano le bancarelle sul lungofiume e i chiodi per terra e la gomma a terra. Fermare gente a caso, farsi aiutare, cambiare la gomma, sorprendersi della naturalezza con cui sconosciuti perdono serenamente venti minuti della propria domenica per aiutare una persona a casaccio. Ringraziare, ripartire, riprendere la metro, zozze e sudate e abbronzatine, e tornare a casa, felici, dopo 42 chilometri di sole e vento in faccia.

Sarà ora che mi metta in testa che (anche) quando faccio le cose da sola, poi sono felice. Lo scrivo qua, così non mi dimentico.

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