Il primo aereo che prendo da sola. Leggo 1Q84 durante tutte le lunghe attese, all’andata e al ritorno. Quando dopo il decollo iniziamo a sorvolare il mare, mi incanto a guardare nuvolette dorate sospese che fanno ombra sull’acqua, increspata eppure immobile. Fisso un’increspatura e penso Dai adesso si muove, no? Si sta muovendo, di sicuro, ora la vedo muoversi. E invece niente, una distesa che sembra pelle conciata, increspata, azzurra, fermissima.

L’arrivo a Beauvais, la pioggia, due, tre arcobaleni accecanti lungo la strada, sapere che a Parigi mi aspetta lei.

Muoversi leggeri e senza intoppi, come se non fosse una città sconosciuta, imboccare linee della metro, sottopassaggi, senza mai doversi fermare più di tanto a capire dove come in che direzione. Davanti a me nel vagone guardo una ragazza pulita pulita con una tracolla e penso Tu studi pedagogia, tira fuori un libro preso in prestito in biblioteca, dall’aria vetusta, ed è Piaget.

Esco dalla metro, lei mi aspetta con la sua frangia blu-verde ed è subito casa. La stanza che abbiamo affittato è popolata da accessori improbabili come un grosso gorilla argentato sotto la TV, e un cane di velluto con un collarino di strass.

Usciamo poco dopo perché dobbiamo arrivare ai confini del primo anello a vedere Woodkid, il miracolo di aver trovato i biglietti dopo aver perso le speranze. Woodkid che ho già visto due volte a Roma ma lei mai, Woodkid a casa sua, che parla la sua lingua e non si capisce quasi niente. Facciamo un giro a piedi assurdo dopo la metro per trovare il posto, lo troviamo, facciamo tardi e penso Vabbè, tre quarti di concerto è meglio che nessun concerto. E invece canta ancora il gruppo spalla, un trio che sprizza wannabe cool da ogni fibra dei vestiti improbabili, che riciccia sonorità ottanta-novanta. You’re late, you know? Di una trentina d’anni. Neanche mi curo di scoprire chi eri. Nel frattempo noi senza cena dividiamo una baguette necessaria e ci strafoghiamo di m&m’s, circondate da una inaudita quantità di barbe.

Il sipario si apre ed è full orchestra. Il mio amato nano, vestito da rapper, incongruo e con le manie di grandezza, e alle sue spalle archi, fiati, percussioni, e una decina di rullanti incappucciati. Magia, delirio, mani che si alzano, gente che salta, lui che alla fine si commuove e non se ne vuole più andare.

Usciamo seguendo la folla verso la metro, e il vento gelido ci investe con il profumo della divinità: due maghrebini dietro un’enorme padella di ghisa arrostiscono nel burro spiedini di carne, salsicce, peperoni e cipolle, e ti ci fanno il panino. Ce lo mangiamo sedute su dei gradini, praticamente gemendo.

Metro, casa, sonno profondo. Dormiamo fino a tardi e poi andiamo a Montmartre. Lei vuole fare colazione, io voglio pranzare. La soluzione è presto evidente passando per caso qui davanti. Un posto piccolo e colorato, dove il food porn continua con succhi, marmellate, burro spalmato sul pane, yogurt greco e poi clafoutis ai formaggi per me, al salmone per lei.

Gironzoliamo in una Montmartre da manuale e addirittura esce il sole, cielo azzurro e nuvoloni bianchi, Amélie non sei nessuno. Ci infiliamo nell’atelier di una pittrice canuta, spettinata e simpatica, attratte da un gatto bellissimo, bianco, grigio, tutto macchiato, perfettamente intonato ai quadri della padrona, nudi femminili eterei. Il gatto si rivela una gatta, Zàzà, si lascia fare grattini e salta sui mobili riuscendo a non far cadere nulla, poi si mette perfettamente in posa davanti a un quadro dei suoi stessi colori, concedendoci un perfetto photo-shoot. Io, alla signora, compro un disegno molto bello, perché sì. Saliamo al Sacré-Cœur e c’è un tizio. Un signore di nero vestito, col cappello, in piedi in cima alla scalinata, davanti al muretto. Guarda Parigi dall’alto e fa un picnic. Da solo. Immemore ai turisti che gli sciamano intorno e fanno foto su foto. Davanti a sé ha steso un fazzoletto bianco e ci ha appoggiato una bottiglia di vino rosso, un calice, e mangia lentamente con una forchettina d’argento una banana fatta a fettine. Signore, hai vinto tutto.

Poi Pigalle, poi Marais, tè profumati, crepes, pioggia che va e viene, vento che sferza, sexy shop nonchalant gestiti da coppie di mezza età paciosi e sereni, che aiutano a stringere stringhe mentre con l’altra mano mangiano un muffin, tranquilli e sorridenti come se vendessero bottoni e passamaneria. Adorabili. Te li immagini la sera a casa che si frustano, poi accendono la TV e lui si addormenta mentre lei lavora ancora un po’ a maglia.

Incappare in piccoli showroom di serigrafie stupende d’arte ipercontemporanea, non comprare niente per paura che si rovinino in valigia, ma prendere il biglietto, e darsi il tempo di meditare l’acquisto online.

Si fa buio e una parola magica mi attira in una delle brasserie: la soupe à l’oignon. Puro comfort food, mi si chiudono gli occhi dal godimento, e naturalmente mi ustiono la lingua perché non puoi aspettare, e poi è inutile, non si raffredda. Mai. Dolore e piacere, restiamo sul mood sadomaso del sexy shop.

Camminiamo ancora un po’, e ce ne torniamo a casa. Il mattino dopo ci regala il sole necessario a vedere la grandiosità di Notre Dame comediocomanda. Facciamo colazione guardando le guglie, ed è tutto perfetto. Il vento fa male alle orecchie ma non fa niente. Camminiamo piano lungo la Senna, fumando e parlando di alberi, mentre ci sfrecciano intorno decine di parigini salutisti che corrono, corrono, corrono. Ci fermiamo da uno dei pochi bouquiniste che si sono svegliati di domenica, coi capelli bianchi, e ci parliamo un sacco di tempo, lui approva con entusiasmo i capelli di lei e suggerisce di aggiungerci del rosso, ci racconta aneddoti e ci fa ridere. Andiamo a lasciare il b&b e col trolley appresso usiamo le ultime ore per un’altra rovente soup à l’oignon prima di passare a fare un saluto di rito alla Tour, e una passeggiata altrettanto di rito per gli Champs, e poi intraprendiamo il viaggio della speranza verso Beauvais.

Camminare, improvvisare, parlare, stare in silenzio, e tutto che va, come sempre con lei, esattamente come deve andare.